Terra Santa: un altro Natale triste. Ma con speranza

Non si può parlare di gioia di fronte agli scenari di guerra che da due anni portano morte e distruzione, ma si deve parlare di speranza. “E di speranza noi abbiamo bisogno proprio quando le cose vanno male – dice il card. Pizzaballa – quando ci sembra che i problemi siano senza soluzione, che le malattie siano senza possibilità di guarigione e che le guerre siano senza fine”

Frati della Custodia di Terra Santa (Foto Siciliani-Gennari/SIR)

“Nel mezzo di questi giorni bui di continui conflitti e incertezze nella nostra regione, noi, Patriarchi e Capi delle Chiese di Gerusalemme, rimaniamo fermi nel proclamare l’eterno messaggio natalizio della Vera Luce che risplende nelle tenebre: la nascita di nostro Signore Gesù a Betlemme”.
“Rendiamo grazie all’Onnipotente per il recente cessate il fuoco tra due delle parti in guerra nella nostra regione, e chiediamo che venga esteso a Gaza e a molti altri luoghi” e “rinnoviamo il nostro appello per il rilascio di tutti i prigionieri, le persone sequestrate, per il ritorno degli sfollati, il ripristino delle proprietà ingiustamente sequestrate o minacciate”.
“Invitiamo tutti i cristiani e le persone di buona volontà in tutto il mondo a unirsi a noi nel pregare e lavorare per questa nobile missione, sia nella patria di Cristo che ovunque ci siano conflitti e lotte”.

Il filo spinato sul panorama di Gerusalemme (Foto Calvarese/SIR)

Queste frasi sono tratte da quanto scrivono i Patriarchi e i Capi delle Chiese cristiane di Gerusalemme nel loro messaggio per il Natale 2024. I firmatari della dichiarazione sono cattolici, ortodossi, protestanti, maroniti, melkiti, armeni…
Se a questo si aggiunge la decisione di evitare ogni forma pubblica di celebrazioni esterne e di vivere tutte le liturgie natalizie all’interno dei luoghi di culto ci si rende conto di quanto si difficile sentire lo “spirito natalizio” nella terra di Gesù.
Non si può parlare di gioia di fronte agli scenari di guerra che da due anni di guerra portano morte e distruzione. In questi ultimi giorni l’attenzione su Gaza, da parte dei mezzi di comunicazione, è stata quasi oscurata a causa della crisi siriana e libica.
È quasi ignoto ciò che accade in Cisgiordania dove, come a Gaza, è vietata la presenza dei giornalisti e quindi della conoscenza reale delle situazioni. Grosso modo si conoscono gli effetti distruttivi di Gaza, ma anche in Cisgiordania è stata intrapresa dall’esercito israeliano una vasta operazione militare, la più vasta dai tempi della seconda intifada, giustificata dalle autorità governative come necessaria per sradicare gruppi armati di vario tipo, comprese le cellule di Hamas e della Jihad islamica. Non è difficile pensare che l’economia palestinese sia in grave crisi.
Nella comunicazione congiunta dei Patriarchi e dei Capi delle Chiese cristiane si parla, oltre che del rilascio dei prigionieri e delle persone sequestrate, anche del “ripristino delle proprietà ingiustamente sequestrate o minacciate”.
Si tratta degli insediamenti degli israeliani in Cisgiordania, terra affidata alla Autorità Palestinese secondo i trattati di Oslo, e dove si moltiplicano le violenze dei coloni. Vicino a Gerico, nella valle del Giordano, 1.270 ettari di terreno sono stati convertiti in terra statale (espropriati) e in quest’ultimo periodo sono stati approvati ulteriori 3.500 nuove unità abitative. Ci sono anche oltre 700 morti.
Se si volge lo sguardo su Gaza l’orizzonte è desolante: le vittime sono circa 45mila, tra cui oltre 13mila bambini, 7mila donne, 3.500 anziani, 104mila feriti, circa un milione e novecentomila sfollati, 411mila case distrutte.
I dati sono forniti dall’Ocha, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari. Non ci sono parole per descrivere l‘orrore dei terribili attacchi operati dai gruppi di Hamas il 7 ottobre in cui vennero uccise circa 1.200 persone e ne vennero prese in ostaggio 250.

Bambini palestinesi nella Striscia di Gaza

Ma non ci sono parole neppure per descrivere la reazione esagerata dell’esercito israeliano. Come si può parlare della gioia del Natale in situazioni così disastrose? Forse non si può parlare di gioia, ma si deve parlare di speranza.
In una intervista al quotidiano “Avvenire” mons. Giacinto Marcuzzo, vescovo ausiliare emerito del Patriarcato di Gerusalemme e delegato del patriarca cardinale Pier Battista Pizzaballa, pur descrivendo il quadro desolante di Gaza e denunciando le assenze dell’Onu e dell’Europa offre qualche spiraglio.

Betlemme, Basilica della Natività. Il luogo della nascita di Gesù

“A Gaza non c’è più niente, fatichiamo anche a riconoscere le strade tra le macerie. C’è solo un’isola in cui ancora la vita continua ed è attorno alla nostra chiesa della Sacra Famiglia. Lì la canonica, la scuola, la casa delle suore sono ancora in piedi. Intorno a noi si sono raccolte 600 persone che vivono unite, cristiani e musulmani insieme. È una fiammella di pace in un inferno di distruzione, ma se succede lì vuol dire che ricominciare è possibile”.
Il patriarca ha ottenuto il permesso di portare ogni 15 giorni 200 tonnellate di viveri e medicinali che devono essere scaricate e caricate sui camion ad ogni controllo. I camion vengono scortati per venti chilometri dalla gente stessa, cristiani e musulmani, per avere la certezza che giungano integri alla distribuzione.
Sono aiuti che arrivano da tutto il mondo e non sono i miliardari che donano, sono parrocchie, piccole comunità, famiglie… “abbiamo raccolto quasi dieci milioni”. Sono piccoli segni, ma indicativi di un desiderio ora di sopravvivenza, domani, si spera, di pace.
La fotografia delle difficoltà è data dalla vista di Betlemme.
È una città che vive di turismo. Lì è nato Gesù. Lì la festa era vissuta in tutto il suo splendore. Normalmente le strade e i negozi sono affollati, è una festa di colori e di luci. Oggi c’è il deserto. Non c’è la distruzione di Gaza, ma ci sono gli insediamenti dei coloni, c’è la crisi economica straziante.

Il card. Pierbattista Pizzaballa (Foto Gennari/Siciliani – SIR)

Il cardinal Pizzaballa offre la traccia del cammino natalizio di questo momento storico nell’omelia della prima domenica di Avvento. “Abbiamo passato la pandemia, abbiamo dovuto far fronte a tanti problemi economici, adesso ci troviamo nel mezzo di una guerra. Siamo chiamati anzitutto a risollevarci e alzare il nostro sguardo. In mezzo ai problemi della vita non dobbiamo mai disperare o farci vincere dalla paura e non dobbiamo ripiegarci su noi stessi, ma alzare ancora di più il nostro sguardo verso Gesù: è lui l’unico che può realmente cambiare il senso della storia, l’unico che può fare in modo che il nostro mondo non vada verso la catastrofe ma verso il rinnovamento. Alzare il capo verso Gesù vuol dire tenere viva in noi la speranza. E di speranza noi abbiamo bisogno proprio quando le cose vanno male, quando ci sembra che i problemi siano senza soluzione, che le malattie siano senza possibilità di guarigione e che le guerre siano senza fine”.