Siate sempre lieti nel Signore

Domenica 15 dicembre – Terza di Avvento
(Sof 3,14-17; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18)

La terza domenica di Avvento si chiama Domenica Gaudete dalle parole iniziali della seconda lettura di quest’anno: Gaudete, cioè: Siate lieti.
1. Ve lo ripeto: siate lieti. La serenità e la gioia sono la conseguenza della venuta di Dio tra noi, come dice l’angelo ai pastori: “Vi annunzio una grande gioia”. Questa gioia comincia già nell’attesa, nella preparazione, e dovrebbe diventare caratteristica abituale di ogni cristiano, il quale vive tranquillo e sereno non perché non si rende conto della gravità della situazione, ma perché ha una speranza diversa e superiore, una fiducia in Dio che è Padre e che non ci abbandona.
La novità del pensiero cristiano consiste nella decisa trasposizione in Dio e nella vita futura del desiderio di felicità proprio di ciascuno. Questa serenità è la prima conseguenza della religione, come dice anche il poeta latino Lucrezio nel poema dell’ateismo: “Non è vera religione accostarsi a ogni altare, ma è piuttosto poter guardare tutto con mente tranquilla” (V,1203).
2. Fate presenti a Dio le vostre richieste. La nostra gioia sarà più completa se ci apriamo a Dio “con preghiere, suppliche e ringraziamenti”, come ci esorta a fare San Paolo. Quando preghiamo, riconosciamo che siamo nel bisogno e che c’è qualcuno più grande di noi in grado di venire in nostro soccorso.
La preghiera è un dialogo con il Signore, gli esponiamo le nostre necessità e aspettiamo il soccorso che lui ci manda. Non mettiamoci però alla pari con Dio facendo con lui una contrattazione mercantile, evitiamo la pretesa di dargli consigli su ciò che deve fare. Anche Gesù durante la passione ha pregato di essere liberato, ma non ha proposto al Padre una sua soluzione, ha chiesto la forza di fare la sua volontà.
3. E noi, che cosa dobbiamo fare? Di fronte alla domanda degli ascoltatori, Giovanni Battista risponde con raccomandazioni di vita onesta, sia per la gente comune, sia per i soldati, sia per i pubblicani. A tutti poi rivolge l’invito a guardare in alto: “Viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i sandali”.
Prendiamo anche noi questo invito a guardare verso Gesù, la cui centralità nella nostra vita si può misurare dal modo in cui allestiamo il presepio. Bisogna farlo, perché segno della nostra cultura, ma molto spesso si fa una ricostruzione fantasiosa in cui si vede di tutto, dalle arti e mestieri del mondo antico ai ritrovati della tecnica attuale.
Poi in un angolino, in un ritaglio di spazio, c’è anche un piccolo Gesù Bambino. Detto con parole volgari, questo modo di fare potrebbe essere il simbolo della nostra fede: Gesù non è al centro dell’attenzione, ma è un pretesto per parlare di assistenza, di solidarietà, di armonia tra i popoli, di intrecci tra le religioni, di amore per gli animali, di variazioni climatiche, e così di seguito. Facciamo in modo che il nostro presepio sia ispirato alla centralità di Gesù.

† Alberto