Domenica 20 ottobre – XXIX del Tempo Ordinario
(Is 53,10-11; Eb 4,14-16; Mc 10,35-45)
In stridente contrasto con il personaggio di domenica scorsa che chiede a Gesù la strada per la vita eterna, oggi il brano di vangelo ci presenta la meschinità di due apostoli, fratelli, che chiedono un posto privilegiato nel Regno di Dio, mescolando interessi di famiglia e vita della Chiesa.
Gesù sdrammatizza: “Voi non sapete quello che chiedete”.
1. I governanti delle nazioni dominano su di esse. Ogni società si regge sotto la guida di una autorità. La parola ‘autorità’ deriva da augère, che significa ‘far crescere’, e quindi esercitare l’autorità significa svolgere un servizio per la crescita e lo sviluppo di tutti, con attenzione particolare a chi è maggiormente nel bisogno, materiale o spirituale.
Al contrario dell’autorità, il potere si esibisce nello sfarzo della sua gloria, è violento e arrogante, cerca la propria solidità. La cosa più spettacolare è che il potente di turno ignora il senso del ridicolo, ma la persona che manca di umorismo non ha compreso molto della vita.
2. I loro capi le opprimono. Gesù non vuole opprimere nessuno, ma si presenta come il Buon Pastore che ha cura di tutte le sue pecorelle. Nell’Eucaristia si consegna a noi donandoci il suo corpo e il suo sangue, cioè tutto se stesso, perché sul suo esempio possiamo anche noi essere accoglienti.
Anzi, per mezzo nostro Lui stesso “ancor oggi come buon samaritano viene accanto ad ogni uomo piagato nel corpo e nello spirito, e versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza”.
Questa accoglienza, da esercitare verso i lontani senza trascurare i vicini, è il prolungamento della sua stessa carità, come dice anche San Paolo: “Il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio” (Rm 15,5-7).
3. Tra voi però non è così. La Chiesa, modellata sull’Eucaristia, è una comunità a servizio di ogni uomo, e chi partecipa alla Cena del Signore è invitato a diventare segno della sua donazione verso tutti gli uomini.
Quando il celebrante prepara le offerte per la Messa, mescola l’acqua al vino e dice: “L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con la vita divina di Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana”.
La mescolanza dell’acqua con il vino, uso abituale dei popoli del Mediterraneo, ha acquistato nella liturgia il significato della nostra unione con il sacrificio di Gesù: come l’acqua e vino mescolati non si possono più separare, così tutti i fedeli indissolubilmente coinvolti nell’offerta del sacrificio di Cristo sono coinvolti nel suo stesso spirito di servizio e non nel desiderio di potenza.
† Alberto



