“In questo viaggio, a nessuno importa se vivi o muori”. Non si tratta di una frase ad effetto.

E’ il titolo del rapporto pubblicato nei giorni scorsi dal NHCR, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e dal Mixed Migration Centre (MMC). Da un po’ di tempo il fenomeno migrazione non fa più notizia. Lo stesso governo si fa un vanto di aver ridotto gli sbarchi dei gommoni e quindi di aver evitato morti sulle rotte del Mediterraneo. Infatti gli arrivi registrati al 21 luglio 2024 sono stati 30.783, tra questi più di 5.800 minori. Sembrerebbe un ottimo risultato, però frutto di accordi soprattutto con la Libia e la Tunisia.

Quando Papa Francesco ripropone il problema con parole dure e inequivocabili, doveva aver ben presente quel rapporto. Se prima si potevano immaginare quali sofferenze dovessero affrontare i “disperati” della speranza, ora, dopo una ricerca sul terreno durata tre anni, ci sono testimonianze e storie raccapriccianti. Si scopre che la gente non muore solo in mare, muore anche nel deserto. E non è lecito ignorare i drammi che si consumano quotidianamente nel silenzio. Tra i rischi e gli abusi denunciati da rifugiati e migranti ci sono tortura, violenza fisica, detenzione arbitraria, morte, rapimento a scopo di riscatto, violenza sessuale e sfruttamento, riduzione in schiavitù, traffico di esseri umani, lavoro forzato, espianto di organi, rapina, detenzione arbitraria, espulsioni collettive e respingimenti. I primi cinque luoghi in cui si corrono più rischi sono la Libia, il deserto del Sahara, il Mali, il Niger e il Sudan. Si scopre che le persone che attraversano il Sahara sono più numerose di quelle che attraversano il Mediterraneo e si presume che le vittime siano almeno il doppio di quelle del mare. Il rapporto denuncia anche la difficoltà di indagine sia per le condizioni geografiche estreme sia perché i governi non vogliono testimoni di questa violenza segreta e taciuta. Le morti nel deserto non hanno copertura mediatica, ma fa comodo a troppi fingere di non sapere cosa accade.
Per questo le parole del Papa hanno creato subbuglio: “C’è chi opera sistematicamente e con ogni mezzo per respingere i migranti. E questo, quando è fatto con coscienza e responsabilità, è un peccato grave”. “Le rotte migratorie di oggi sono spesso segnate da attraversamenti di mari e deserti, che per molte, troppe persone, risultano mortali”. Rotte sempre più complicate e impervie perché oltre al pericolo derivante dai mercanti di carne umana si aggiunge quello di bande e quello dei posti di blocco dove spesso si abusa della propria autorità. Il rapporto è più spietato delle parole del Papa. L’elogio dei samaritani che non si rassegnano non è casuale. Anche la strada di Gerico e impervia e pericolosa. Per questo il sacerdote e il levita fuggono, il samaritano, un nemico, non volge lo sguardo da un’altra parte, corre dei rischi per la sua vita e soccorre. C’è chi finge di non vedere e i non sapere e chi ricorda che ci sono delle responsabilità.
Giovanni Barbieri



