Il 45° viaggio di Papa Francesco. Indonesia, Papua Nuova Guinea, Timor Est e Singapore le tappe dal 2 al 13 settembre

Il 45° viaggio apostolico di Papa Francesco in Asia e Oceania, dal 2 al 13 settembre, il più lungo del suo pontificato, ai confini del mondo, si sta concludendo, ma già offre messaggi degni di riflessione. Le immagini che giungono da un mondo lontano sembrano offrire tutte le sfumature del folklore.
Si tratta di una visita in alcune delle terre più periferiche del pianeta, tra culture e religioni diverse, in un arcipelago composto da innumerevoli isole, estremamente frammentato, eppure luogo in cui si è riusciti a dare una certa armonia alle tante differenze.
Ci sono circa 400 gruppi etnici distinti nativi dell’Indonesia e 742 differenti lingue e dialetti. Oggi vive prevalentemente in maniera armoniosa, sebbene le inevitabili tensioni sociali, religiose ed etniche abbiano talvolta innescato terribili violenze.
Con una popolazione di circa 280 milioni di abitanti è il Paese più grande del mondo a maggioranza musulmana (87%). I cattolici sono poco più del 3%. Qualcun potrebbe chiedersi che senso possa avere, per un Papa, un viaggio di questo genere in luoghi dove il cattolicesimo è quasi inesistente.

Ma l’Indonesia è anche il Paese in cui la Costituzione prevede la libertà religiosa per cui i rapporti tra le comunità religiose sono in genere pacifici. È chiaro che il Papa intende sostenere e alimentare la fede della comunità locali. Ma il messaggio va ben oltre.
Negli incontri di Giacarta si sono evidenziati momenti estremamente significativi: la cordialità nell’incontro con il presidente della Repubblica; le manifestazioni di rispetto e amicizia con l’Imam; la firma del documento comune di impegno nel dialogo interreligioso avvenuta nel “tunnel dell’amicizia” che è il segno di un confronto e un dialogo civile che si potrebbero avere tra le religioni.

“Il tunnel dell’amicizia” collega la più grande moschea del mondo con la cattedrale cattolica, situate nella stessa piazza. Rivolgendosi alle autorità politiche e al Corpo diplomatico il papa aveva detto: “Il vostro motto nazionale Bhinneka tunggal ika (Molti, ma uno) manifesta bene questa realtà multiforme di popoli diversi saldamente uniti in una sola Nazione. E inoltre mostra che, come la grande biodiversità presente in questo arcipelago è fonte di ricchezza e splendore, analogamente le differenze specifiche contribuiscono a formare un magnifico mosaico, nel quale ogni tessera è insostituibile elemento per comporre una grande opera originale e preziosa. E questo è il vostro tesoro, è la vostra ricchezza più grande. L’armonia nel rispetto delle diversità si raggiunge quando ogni visione particolare tiene conto delle necessità comuni e quando ogni gruppo etnico e confessione religiosa agiscono in spirito di fraternità, perseguendo il nobile fine di servire il bene di tutti”.
È fin troppo facile trarre qualche conclusione anche per il mondo occidentale e per ogni attore delle varie politiche. Lo sguardo si allarga quando nel “tunnel dell’amicizia” viene firmata la “dichiarazione congiunta” “Promuovere l’armonia religiosa per il bene dell’umanità” da Papa Francesco, dal grande iman Nasaruddin Umar e dagli altri leader delle confessioni presenti.

Vi si legge: “Il fenomeno globale della disumanizzazione è caratterizzato soprattutto da violenze e conflitti diffusi, che spesso provocano un numero allarmante di vittime. È particolarmente preoccupante che la religione sia spesso strumentalizzata in questo senso, causando sofferenze a molti, soprattutto donne, bambini e anziani”.
Anche la crisi ambientale è diventata un ostacolo per la crescita e la convivenza dei popoli. Si legge ancora nella dichiarazione: “l’abuso del creato, che è la nostra casa comune, da parte dell’uomo” ha contribuito “al cambiamento climatico, comportando conseguenze distruttive come i disastri naturali, il riscaldamento globale e condizioni meteorologiche imprevedibili”.

Aggiunge il Papa: “che nessuno ceda al fascino dell’integralismo e della violenza, che tutti siano invece affascinati dal sogno di una società e di un’umanità libera, fraterna e pacifica”. Tutta l’atmosfera, la firma della dichiarazione col più alto rappresentante del più numeroso popolo islamico del mondo e la convivenza civile nel Paese parla di una possibilità di vita pacifica, se non si è travolti da altre mire, politiche o economiche, che distruggono valori fondamentali.
Nel viaggio in Papua Nuova Guinea emerge l’importanza e l’amore per le periferie. Vanimo era una città di 10.000 abitanti ignota al mondo intero. Papa Francesco l’ha portata alla ribalta del mondo ponendola come simbolo dei dimenticati della terra, lontani da tutto, ma non dimenticati dalla Chiesa. Il Papa non è giovane, non gode neppure di buona salute, ma ha affrontato quattro ore di aereo per stare poco più di due ore tra quella gente.
L’amore di papa Francesco per la “Chiesa lontana” non è di oggi, è testimoniato soprattutto dalla nomina di cardinali sia in Indonesia che in Papua Guinea, che a Timor Est e Singapore.

In Papua Nuova Guinea il Papa ha chiesto di porre fine alle divisioni personali, familiari e tribali che incoraggiano “comportamenti distruttivi come la violenza, l’infedeltà, lo sfruttamento, l’abuso di alcol e droga, mali che imprigionano e tolgono la felicità a tanti nostri fratelli e sorelle, anche in questo Paese”.
Il pontefice si riferiva alla violenza etnica per le dispute sulla terra, che negli ultimi anni si è fatta più letale in Papa Nuova Guinea. Ha esortato i leader della Chiesa in Papua Nuova Guinea a prestare molta attenzione alle persone ai margini della società, ferite da “pregiudizi e superstizioni”, dopo aver ascoltato storie di donne accusate ingiustamente di stregoneria e poi evitate dalle loro famiglie.
È un mondo lontano, di difficile comprensione eppure c’è una Chiesa che cammina.
Giovanni Barbieri



