L’Ulisse di Omero proposto ai ragazzi

Già aveva insegnato a noi fragili come Leopardi può salvarci la vita, ora l’ancor giovane professore Alessandro D’Avenia (“Resisti, cuore. L’Odissea e l’arte di essere mortali”, Milano, Mondatori, 2023) ci conduce nei 24 canti dell’Odissea di Omero a trovare la nostra Itaca, a fare del nostro primo respiro un nuovo nascere fino a incontrare noi stessi “incarnati”, comuni persone mortali chiamate a realizzare tutto ciò che è umano, come fa il “polytropos” Ulisse di Omero, non quello di Dante curioso di conoscere mondi ignoti e naufraga.
L’Odissea, poema epico fra i più grandi della nostra civiltà, D’Avenia lo propone a ragazzi adolescenti, leggendo e meditando quasi per l’intero anno scolastico, vissuto come un viaggio di ritorno ad Itaca, una condivisa e gioiosa letteratura che educa e dà vita, salva e rende più autentiche le persone, si fa autobiografia, anche per questo autore e insegnante. Siamo mortali ed è bello averne coscienza, i soli fra gli esseri viventi: lo sa Ulisse che rifiuta la vita “dorata” nell’isola di Ogigia dove per sette anni ha dato e ricevuto amore dalla bella ninfa Calipso e può diventare immortale come una divinità.
Potrebbe essere il massimo per tanti paperoni, invece rifiuta e su una precaria zattera da lui costruita torna nudo e naufrago da Penelope e dal figlio Telemaco. Una vita di resistenza, come è ogni nostra odissea, ma proprio per questo la amiamo e ci piace. Penelope, non Calipso, non Circe maligna, non le ingannevoli Sirene, sono nel cuore di Ulisse, anche lei resiste, compie il suo viaggio, è fedele, vigile, creativa e intelligente con la strategica trovata di tessere la tela per il sudario del suocero Laerte.
Nei primi canti la vediamo preoccupata per il figlio che deve maturare nella sua adolescenza e assumere il comando, intanto cercando notizie della sorte del padre. Omero dà rilievo all’educazione dei giovani alla responsabilità e alla libertà ma sempre rispettando l’esperienza degli adulti:Telemaco chiede consiglio a Nestore.
Il cuore resiste a tante prove e insidie, Ulisse le sue le confida alla corte dei Feaci nell’isola dove è approdato solo lui dopo aver perso tutti i compagni puniti dall’ira di Poseidone dio del mare per la cecità procurata al figlio Ciclope e per l’uccisione dei buoi sacri.
Il sesto canto è detto “gioiello di verità e grazia”, vi appare come un fiore la giovane Nausicaa, germoglio che sta diventando donna; non si spaventa di fronte ad Ulisse che le si presenta come leone affamato e incurante del pericolo. Lo accoglie, è sfortunato ma è ospite sacro, non un forestiero da respingere come sta facendo l’imbarbarita società contemporanea.
Ciconi, Lestrigoni, Eolo re dei venti, i mostri marini Scilla e Cariddi e altre prove da superare di ritorno da una guerra non sua non piegano la fiducia nel ritorno a casa, mascherato da mendicante, non riconosciuto dai suoi cari se non dopo prove oggettive, la prova più grande deve presentarla a Penelope, prudente e non pronta a subito vivere il momento tanto atteso del ritorno.
Ulisse deve ancora affrontare una prova dura e incerta: sconfiggere i Pretendenti alla mano di Penelope, usurpatori della sua casa e del patrimonio. Sono tanti e violenti: la forza e l’intelligenza vincono e giustizia è fatta secondo le leggi della polis greca, ma rimane l’ultimo ostacolo di affrontare la reazione dei parenti degli uccisi: magnifico l’insegnamento che Omero ci dà: fare la pace, il miracolo del mondo greco è fare relazione e trasformare il caos in cosmo, un’energia creativa fa concordia unita alla fiducia nell’aiuto divino.

Maria Luisa Simoncelli