A rischio occupazione 110 lavoratori diretti e 100 nell’indotto. Scoppia la polemica politica e la rabbia dei lavoratori

Il punto di non ritorno sembra essere stato raggiunto: dopo 8 anni di vertenze, cominciate con l’amministrazione straordinaria dell’ex-Ilva di Taranto e dopo l’ultimo anno di cassa integrazione a rotazione per i 110 lavoratori dello stabilimento massese Sanac e per gli altri 230 delle altre filiali del gruppo, per la storica azienda apuana di refrattari per l’industria siderurgica si prefigura lo spettro della chiusura. Nulla di ancora definitivo, per ora, ma tutto volge verso la direzione più dolorosa. Di chiusura “temporanea” – con quello che significherebbe non solo da un punto di vista simbolico – hanno parlato i sindacati di categoria Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil lo scorso 31 gennaio: “siamo stati informati – questo l’annuncio delle organizzazioni sindacali – della proposta che i Commissari hanno avanzato al ministero delle Imprese e del Made in Italy, relativa alla chiusura temporanea di due siti produttivi entro il prossimo aprile ed eventualmente, in un secondo momento, al blocco temporaneo di ulteriori due unità produttive”. La settimana precedente l’Amministratrice Delegata di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli, nell’ambito di una audizione in Commissione Industria al Senato aveva dichiarato che l’interruzione dei rapporti commerciali del gruppo siderurgico con la Sanac è dovuta allo stato di insolvenza della stessa: il Codice Etico di Acciaierie d’Italia vieta il proseguimento della collaborazione, in termini di approvvigionamento dei materiali. Ma paradossalmente, lo stato di crisi di Sanac è dovuto proprio ai mancati pagamenti del gruppo siderurgico di cui Morselli è a capo: sono 23 i milioni di euro di crediti che Sanac vanta nei confronti del polo siderurgico ex-Ilva. E le ingiunzioni di pagamento fatte pervenire ad Acciaierie Italia – che rappresenta il 50% delle vendite di Sanac – hanno avuto come unico effetto una vendicativa sospensione di ogni ordinativo dall’estate 2021, dopo che per anni prima Ilva, poi Arcelor Mittal e infine la stessa Acciaierie d’Italia si sono rifornite di materiale refrattario da Sanac mentre ora si rivolgono al mercato indiano. La svolta poteva arrivare con l’ennesimo provvedimento salva-Ilva, il primo del governo Meloni: il decreto legge emanato dal governo il 5 gennaio scorso è stato approvato al Senato a metà febbraio respingendo gli emendamenti del M5S che subordinavano il prestito ponte di 680 milioni ad Acciaierie d’Italia al pagamento dei debiti coi fornitori e la ripresa degli ordini. In assenza di margini per approvare modifiche al testo alla Camera – mancherebbero i tempi per un nuovo passaggio a Palazzo Madama entro i 60 giorni dall’emanazione del decreto – è esplosa la polemica politica. Contro la maggioranza di centrodestra che amministra il Comune di Massa ha puntato il dito il Polo Progressista e di Sinistra di Massa (“La destra di Massa ha preso in giro i lavoratori. Avevano assicurato una svolta fatta di nuove commesse e aumento della produzione”), mentre i senatori Ricciardi e Licheri del M5S, denunciando che “il Governo ha scelto di abbandonare la Sanac” hanno accusato il deputato massese Amorese (FdI), che a novembre aveva dichiarato il suo impegno a portare a Massa il Ministro delle Imprese, Adolfo Urso, e a pressare quotidianamente i sottosegretari sulla vertenza Sanac. “Oggi, a differenza del passato – aveva dichiarato Amorese – c’è un governo che ha una visione industriale di difesa dell’interesse nazionale”. Parallelamente il sindacato di base USB ha promosso il 17 febbraio una manifestazione dei lavoratori nei pressi del casello autostradale di Massa. L’ultima flebile speranza di scongiurare la chiusura, che coinvolgerebbe anche circa 100 lavoratori dell’indotto, rimane la vendita di Sanac a una nuova proprietà disposta a rilanciare la produzione. Dopo due tentativi di vendita andati a vuoto, gli amministratori straordinari Piero Gnudi e Corrado Carrubba hanno ricevuto manifestazioni d’interesse dagli indiano di Dalmia in partnership con la multinazionale austriaca RHI Magnesita. Le offerte vincolanti sono attese – così riporta il verbale dell’ultimo tavolo di crisi, lo scorso dicembre – entro il primo trimestre del 2023, con l’obiettivo di concludere l’iter entro il prossimo aprile, procedendo alla cessione unitaria dei 4 stabilimenti.
(Davide Tondani)



