Partecipazione piena, consapevole, attiva e fruttuosa alla celebrazione

Papa Giovanni XXIII apre il Conciglio Vaticano II

“Dobbiamo al Concilio, e al movimento liturgico che l’ha preceduto, la riscoperta della dimensione teologica della Liturgia, della sua importanza nella vita della Chiesa: i principi generali enunciati dalla Sacrosanctum Concilium, così come sono stati fondamentali per l’intervento di riforma, continuano ad esserli per la promozione di quella partecipazione piena, consapevole, attiva e fruttuosa alla celebrazione (SC.n.11.14), prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano.” Queste parole di Papa Francesco riassumono quel tempo di grazia del post-Concilio, che personalmente ho vissuto, da quando servivo la messa in latino del Messale di S. Pio V, sino alla riforma voluta già da Pio XII e poi portata avanti da S. Giovanni XXIII e S. Paolo VI.
Lo sviluppo della riforma conciliare ha fatto però i conti con la novità della post-modernità a causa della quale oggi abbiamo un cambiamento epocale. Tale cambiamento di paradigma culturale ha generato sia le stranezze rituali sia le nostalgie malate. Il Papa avverte: “L’ars celebrandi non può essere ridotta alla sola osservanza di un apparato rubricale e non può nemmeno essere pensata come una fantasiosa, a volte selvaggia, creatività senza regole. Il rito è per se stesso norma e la norma non è mai fine a se stessa, ma sempre a servizio della realtà più alta che vuole custodire… il momento della azione celebrativa è il luogo nel quale attraverso il memoriale si fa presente il mistero pasquale perché i battezzati, in forza della loro partecipazione, possano farne esperienza nella loro vita: senza questa comprensione facilmente si cade nell’esteriorismo (più o meno raffinato)e nel rubricismo (più o meno rigido)”.
La soluzione indicata dal papa è: “di conoscere le dinamiche del linguaggio simbolico, la sua peculiarità, la sua efficacia”. Per questo non posso dimenticare i padri benedettini di S. Giustina a Padova, che sia nella celebrazione, sia nell’insegnamento della liturgia ricordavano sempre a noi studenti le parole di Sacrosancutm Concilium: “La Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei e muti spettatori a questo mistero di fede, ma che comprendendolo bene per mezzo dei riti e delle preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente” (SC.n.48) Questa urgenza della formazione liturgica si è scontrata e si scontra sia con un clericalismo malato, sia nel semplice applicare le norne senza la dovuta formazione catechetica, con il risultato di una disaffezione alla ritualità e una perdita di comprensione dei simboli: “l’aver perso la capacità di comprendere il valore simbolico… rende la liturgia inaccessibile all’uomo moderno”, da qui la necessità della “formazione liturgica” e non come spesso accade della “nostalgia del passato”.
Quanto ricevuto a Padova è stato poi vissuto nel servizio alla assemblea liturgica nelle parrocchie dove ho sperimentato l’importanza e il ruolo della presidenza liturgica. Giustamente, insegna il papa, va evitato “un esasperato personalismo dello stile celebrativo che, a volte, esprime una mal celata mania di protagonismo”, mentre chi celebra, è “per misericordia, una particolare presenza del risorto.”
Celebrando ho imparato che chi presiedere, mentre forma l’assemblea forma anche sé stesso: “l’arte del celebrare, insegna il papa, deve essere in sintonia con l’azione dello Spirito”. Celebrare è cogliere lo stupore del Mistero, farne esperienza vissuta, dove, come insegnava Papa Leone Magno,“ciò che era visibile di Gesù, ciò che si poteva vedere con gli occhi e toccare con le mani, le sue parole e i suoi gesti, la concretezza del Verbo incarnato, tutto di lui era passato nella celebrazione dei sacramenti” ( Sermo 74 ). Personalmente ho sperimentato, e cercato di condividere con i fedeli, l’azione trasformante del rito liturgico: “La nostra partecipazione al Corpo e Sangue di Cristo non tende altro che a farci diventare ciò che mangiamo” (S. Leone Magno. Sermo 13).

Don Pietro Pratolongo

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