Nemmeno mendicare

Domenica 18 settembre – XXV del tempo ordinario
(Am 8,4-7 – 1 Tm 2,1-8 – Lc 16,1-13)

Poi quell’istante arriva, deciso e netto come taglio di lama affilata, a segnare per sempre un “prima” e un “dopo”, una fine, una frattura, una domanda. Succede quando la vita, perfetta per quel che può essere una vita, si inceppa. Succede quando crolla tutto quello per cui hai lottato, un istante e tutto si lascia andare. Il momento è terribile e improvviso. Poco importa se magari te l’aspettavi o se, in fondo, hai pure desiderato il suo arrivo ma la vita era troppo solida e la ragnatela di interessi e legami e impliciti accordi ingabbiava ogni moto di cambiamento, la posizione conquistata nel tempo imponeva resistenza, serviva troppo coraggio per gettare la propria vita nella polvere. E allora aspetti che il taglio venga da fuori. Benedetto chi, un giorno, ci “chiede conto” della vita. È l’istante, il taglio, il crollo delle maschere. Gesù, nella parabola di oggi, descrive l’istante esatto in cui, nella vita di un uomo senza qualità, tutto crolla. Senza qualità, moralmente indifendibile.
Gesù non racconta questa parabola per dipingere ai nostri occhi il profilo di un uomo da imitare nella sua condotta di vita ma per farci riscoprire l’urgenza dell’istinto di sopravvivenza. Per quell’uomo la vita si concentra tutta in poche ore, ore decisive, da cui dipenderà tutto il suo futuro. Istinto di sopravvivenza, non interessa come, ogni mezzo è buono, l’importante è indovinare i movimenti giusti per assicurarsi futuro. Insiste sui limiti dell’uomo la parabola per non illuderci, Gesù non sta raccontando una di quelle favole in cui l’uomo, alla prova, tira fuori il meglio di sé, quest’uomo non ha niente di buono da risvegliare, solo ha compreso l’urgenza delle ore che gli sono rimaste. E le usa. Per assicurarsi un futuro. Non diventa migliore perché continua a essere quello che era, continua a falsificare, ma stavolta è mosso da un’urgenza, finalmente sente che nel tempo si decide della vita e della morte. Ecco perché l’uomo ricco loda il suo amministratore: perché finalmente si è posto in relazione con la vita in modo decisivo. Più che scaltro, termine che richiama a una certa furbizia, il nostro uomo è acuto, veloce, deciso, incisivo. Istinto di sopravvivenza, rischia del suo, rischia il tutto per tutto.
Gesù racconta questa parabola per noi, perché si possa anche noi aprire gli occhi. La vita è questione di vita o di morte. Il nostro rapporto con il reale, ad ogni istante, è decisivo. Decide di noi e del fratello, decide di noi e del mondo, decide di noi e dell’umanità tutta. L’uomo della parabola ad un certo punto apre gli occhi e si accorge che il tempo è breve. E inizia a guardare il mondo, a valutarne le possibilità, studia le contromosse. Mi sembra che il Vangelo chieda un atteggiamento di questo tipo. Saper “sentire” il respiro del mondo. Il tempo è breve, non possiamo lasciarci trascinare dalla vita passivamente, siamo chiamati ad entrare in dialogo con il mondo. Scaltri, acuti, veloci: vivi.

don Alessandro Deho’

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