Le osterie di fuori porta

Domenica 16 gennaio – II del Tempo Ordinario
(Is 62,1-5 – 1Cor 12,4-11 – Gv 2,1-11)

Immagini, frammenti, brandelli di sogno. Leggo ancora la pagina delle Nozze di Cana e sento tanta tristezza dentro. E poi quella canzone del mio amato Guccini: “sono ancora aperte come un tempo le osterie di fuori porta. Ma la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta”. Immagini, frammenti. Penso a Cana, penso al vino in abbondanza e mi si stringe il cuore per quelle parole sempre uguali della liturgia, per quel pochissimo vino che non ha più sapore, gesti misurati e tristi, un goccio di acqua in calici che sembrano sottratti direttamente al tesoro del Tempio di Gerusalemme. E parlare di colpa e di espiazione e di sangue più che di vino e di festa. Siamo ancora aperti come un tempo, ma la gente fuori o dentro è tutta morta. Uccisa la gioia di fare festa.
Immagini, frammenti. Le vedo quelle sei anfore vuote. Pietra bellissima, la stessa su cui da millenni abbiamo inciso leggi e dogmi immutabili. Le vedo, le ho davanti, sei anfore vuote. Intorno la gente che dovrebbe festeggiare è tutta morta. Come quelle anfore. Tanta capacità riempita di aria. Vedo vuoto.
Ma poi il suo sguardo, il miracolo, le anfore ora sono ancora piene. Non c’è più imbarazzo, quello dello smarrimento dato dall’assenza. Quell’anfora riempita è la vita, le giare ora non fanno più paura e rendono possibili due azioni che amo molto: riempire e attingere. Sono i movimenti della generazione. Riempire un vuoto e partorire, fecondare e poi attingere vita. Un’idea di sacralità molto umana quella di Gesù a Cana. Nessun invito a rimanere immacolati e puri, la vita va raccolta, tutta. Ci si deve riempire di vita. Comprendo meglio il Suo e mio battesimo, la vita è acqua che scorre, bisogna immergersi fino a perdere fiato. Bisogna lasciarsi riempire fino all’orlo. È rischioso ma bello, tremendamente bello.
E poi “attingere”, “prendere”, senza paura, bisogna contaminarsi con la vita, farsi sporcare. Contaminarsi con tutto ciò che vive, fosse pure un lebbroso, un peccatore, un samaritano, un malato, il corpo, un sogno…prendi, attingi, vivi. Non ti ho creato per essere asetticamente puro, la vita è un invito a prendere, adesso, di tutto ciò che riempie di bello. E poi, soprattutto, prendersi, attingere da ciò che si è, da ciò che si è stati. Quello che ci ha riempito, l’acqua che è arrivata all’orlo, siamo noi e anche se non abbiamo scelto tutto e anche se è acqua sporca, o ferma, o acqua che non berremmo più, noi siamo pieni. Ed è certo meglio che essere anfora vuota.

don Alessandro Deho’

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