L’infinita ansia di vita nelle contestazioni del Sessantotto

Il prof. Alessandro Volpi ha presentato a Pontremoli l’opera in due volumi di M. Cristina Mirabello e Giorgio Pagano che fanno memoria degli eventi nel territorio spezzino e lunigianese

Un corteo di protesta alla Spezia

La memoria è labile, serve la paziente fatica della ricerca e della pubblicazione; è quanto hanno fatto Giorgio Pagano e Maria Cristina Mirabello, studiosi di storia contemporanea nei due volumi molto recenti “Un mondo nuovo, una speranza appena nata. Gli anni Sessanta alla Spezia e in provincia” editi da Cinque Terre.
Gli autori hanno presentato il loro lungo lavoro di ricerca sabato 24 luglio invitati da ANPI sezione di Pontremoli, Istituto Storico della Resistenza Apuana, con patrocino del Comune e Biblioteca civica. L’incontro è stato aperto da importanti riflessioni dello storico Alessandro Volpi dell’Università di Pisa, un amico di Pontremoli.
Ha apprezzato il metodo di studio e l’uso dei documenti raccolti per il territorio spezzino, allora fortemente legato all’Università di Pisa e ai movimenti operai della città che rifiutavano radicalmente la società consumista e capitalista e anche le strategie riformiste dei comunisti, volevano essere rivoluzionari.
Il leader di “Potere operaio” era Adriano Sofri che guiderà l’attacco alla Bussola, locale di lusso in Versilia, la notte di San Silvestro 1968, il primo scontro fisico con la polizia: è violenta protesta politica, si lancia vernice rossa sulle pellicce delle signore.
La storiografia sul Sessantotto si divide tra storici che lo interpretano come continuità col fermento di contestazione globale che in America era partito già negli anni Cinquanta e che esplode in ritardo in Europa e Italia dal 1965 fra gli studenti, nella nuova musica, nel linguaggio, nella moda dell’eskimo e della minigonna, nella contestazione ai “matusa” genitori, insegnanti, intellettuali.
Altrettanti storici, tra cui Volpi, leggono invece il Sessantotto come frattura che apre una fase nuova in un nuovo contesto. Ne erano successe di cose: le spaccature a sinistra dopo la repressione sovietica della ribellione ungherese, la destalinizzazione kruscioviana, l’elezione “rivoluzionaria” di papa Giovanni XXIII e il Concilio, la guerra in Vietnam, l’elezione del cattolico Kennedy e la sua “nuova frontiera”, la “primavera di Praga”, in Italia determinante per l’emancipazione del proletariato fu la Scuola Media Unica del 1962 e l’obbligo scolastico portato a 14 anni, specialmente per le donne.
Il Sessantotto Alessandro Volpi lo vede come un nuovo inizio, la sua genesi fu la ribellione, la volontà rivoluzionaria, la militanza ideologica, fu in contrasto e spazzò via le istanze giovanili che si erano espresse nella musica, in tante canzoni dei Nomadi. Vuol superare i comunisti e la linea attendista del segretario Longo dopo la morte di Togliatti, va contro una scuola autoritaria, una cultura chiusa, contro chi, ad esempio, mortificava dentro un grembiulone nero le studentesse.
I due autori del libro presentato vedono invece il Sessantotto come maturazione di un fenomeno nato nel 1960 con le rivolte contro il governo Tambroni appoggiato dai nuovi fascisti. Per studenti e operai spezzini cattolici l’orientamento diventa Firenze con padre Balducci e Genova con Don Gallo; come La Spezia anche Carrara, Massa, Sarzana sono impegnate nel movimento sessantottino ma in forme più moderate rispetto a Pisa. Il “maggio francese” conobbe la frattura tra studenti e operai, la spinta libertaria si perse e arrivò la dottrina. La rivolta etica, esistenziale, che era stata della “beat generation” mirò a farsi rivolta politica, ma non aveva un progetto organico, non aveva un partito e fallì, subentrò la sclerosi dottrinaria, l’idea di cambiamento rivoluzionario diventò vaga.
Ci fu un riflusso nel privato negli anni Settanta che mise in crisi la lotta per il sapere critico, obiettivo che i cattolici perseguirono per iniziativa propria (alla Spezia continua tuttora forte l’impegno del preside Gianluca Solfaroli). Passi avanti furono tuttavia importanti per la liberazione della donna, c’era voglia di autogoverno della propria vita, di cambiare se stessi per cambiare gli altri, di andare contro lo Stato per cambiare i suoi apparati egemonici, di lottare contro le violenze e per vivere meglio insieme agli altri.
Purtroppo la politica mise da parte tanti ideali, andò persa la ritrovata alleanza e fratellanza tra classi sociali e tra generazioni. In un mondo che cambia molto e in fretta oggi siamo piombati in un “presentismo” che fa perdere il passato e tinge di disperazione il futuro: il libro presentato aiuta a sperare, o meglio, a volere un nuovo inizio come fu il Sessantotto.

Maria Luisa Simoncelli

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