San Giuseppe, il falegname di Nazareth modello e protettore degli operai

La festa di S. Giuseppe lavoratore istituita da Papa Pio XII nel 1955

Primo maggio 1955: Papa Pio XII, incontrando in Piazza San Pietro i lavoratori cattolici, nel decennale delle ACLI, annunciava con solennità la “determinazione d’istituire la festa liturgica di San Giuseppe artigiano, assegnando ad essa precisamente il giorno 1° maggio”. Da quel momento, San Giuseppe diventa il patrono degli artigiani ebanisti e, in genere, degli operai. Se Pio IX lo ha dichiarato “patrono della Chiesa universale”, estendendo una devozione già presente da secoli in ambiti ecclesiali, Papa Pacelli ha voluto sottolinearne, così, la rilevanza sotto il profilo sociale: è chiara, nel suo gesto, la volontà di offrire un modello ed un protettore ai lavoratori, proponendo, nello stesso tempo, una lettura cristiana della “festa del lavoro”. La figura di san Giuseppe, l’umile e grande lavoratore di Nazareth, orienta verso Cristo, il Salvatore dell’uomo, il Figlio di Dio che ha condiviso in tutto la condizione umana.
“San Giuseppe – spiega Padre Enrico Di Vita, Missionario di Maria, rettore della Chiesa della Misericordia di Massa – viene individuato nei vangeli con il termine “téktôn”, che si traduce, di solito, con “carpentiere”. Corrisponde al latino “faber” e indica un artigiano che lavora il legno o la pietra. In concreto, si può pensare al lavoro del carraio o del fabbricante di aratri e di strumenti per l’agricoltura, nonché a uno che tratta genericamente il legno, il classico falegname, o ancora al carpentiere che provvede alle strutture in legno necessarie all’edilizia; questa era in quei tempi assai fiorente nella regione della Galilea, a causa della costruzione di nuove città. Probabilmente, quindi, era una specie di tecnico specializzato dei nostri giorni che lavorava per sostenere la famiglia”.
Eppure alcune note raffigurazioni iconografiche lo presentano come una persona anziana, matura, che sta quasi in disparte nella scena della natività. “Tali rappresentazioni – prosegue padre Enrico – sono frutto di un approccio catechistico alla figura del santo, nel senso che, con quella differenza di età, si vuole sottolineare l’amore castissimo che lo lega a Maria e non indebolire il suo ruolo attivo nell’ambito della famiglia di Nazareth. San Bernardino da Siena reagiva con veemenza a questa narrazione, affermando che non corrispondeva al vero. Giuseppe, al momento della nascita di Gesù, è un uomo giovane e forte che, attraverso il lavoro, può garantire un sostentamento dignitoso alla sua famiglia”.
Dunque, quale rapporto tra san Giuseppe e il lavoro? “Papa Francesco nella lettera Patris corde precisa che “il lavoro di San Giuseppe ci ricorda che Dio stesso, fatto uomo, non ha disdegnato di lavorare”. Quindi una prima relazione che possiamo ravvisare è tra il lavoro e il suo valore educativo, in particolare, come nel nostro caso, quando un padre viene osservato dal figlio mentre è all’opera: abilità, tenacia, pazienza, correttezza sono valori che vengono tramessi nel processo di crescita. Una seconda relazione è tra lavoro e sostentamento. Giuseppe opera per provvedere alla sua famiglia, a Maria e a Gesù, prima in Egitto, in un paese straniero, cercando con intraprendenza committenze per la sua attività, e poi a Nazareth, nello svolgersi della vita quotidiana. Tutto ciò ha contribuito a plasmare la personalità di Gesù, crescendolo nella consapevolezza della fatica e della gioia nel portare a compimento quanto richiesto. Il lavoro diventa così, in una forma ancora più esplicita, vera e propria partecipazione all’opera stessa della salvezza”.
San Giuseppe, dunque, ci indica la via della “santificazione della vita quotidiana” che ciascuno deve acquisire secondo il proprio stato e che può esser promossa secondo un modello accessibile a tutti. “Sì, San Giuseppe – conclude padre Enrico – è il modello degli umili che il cristianesimo solleva a grandi destini; San Giuseppe – come afferma san Paolo VI – è la prova che per essere buoni ed autentici seguaci di Cristo non occorrono “grandi cose”: si richiedono solo virtù comuni, umane, semplici, ma vere ed autentiche”.

Renato Bruschi

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