La paura della pandemia non paralizzi il Paese

38editorialeCome l’ondata di maltempo che ha colpito il Piemonte e la Liguria, anche la pandemia sta rischiando di travolgere ogni tentativo di definire programmi anche solo a breve scadenza. Se l’attenzione, fino a pochi giorni fa, era rivolta alle iniziative politiche e legislative, da avviare e portare a conclusione a seguito dei risultati del referendum e delle elezioni regionali, e alla vicina scadenza della prima bozza del piano di impiego del Recovery fund, ora in prima pagina è tornata la ripresa della diffusione della pandemia.
Al governo Conte si può riconoscere nello stesso tempo, senza apparire incoerenti, il comportamento positivo tenuto in campo sanitario, ma anche quello più critico legato all’incapacità di superamento delle pastoie burocratiche. Appaiono, però, abbastanza strumentali le polemiche sull’accaparramento dei “pieni poteri” da parte dell’esecutivo e, oggi, le critiche sul prolungamento dello stato di emergenza fino al 31 di gennaio. Se ci sono altre possibilità andrebbero suggerite apertamente, altrimenti tutto finisce in una polemica sterile: proprio quello di cui non abbiamo bisogno in questo momento.
Il governo – e la politica più in generale – non possono, però, permettersi di farsi paralizzare da questo pur grave problema. I due temi cui si accennava sopra devono restare in primo piano nel calendario del dibattito e, quante volte è stato detto e scritto, devono essere affrontati avendo di mira soluzioni “alte”, che nascano da una visione a lungo termine delle necessità del Paese.
Per quanto riguarda la legge elettorale, la conferma della sua importanza è esplicitata dalle fibrillazioni che affliggono il M5s: può un Paese che vuol dirsi “forte” essere governato da una maggioranza che potrebbe venir meno ad ogni piè sospinto o andare avanti solo per paura di perdere le poltrone? Proprio perché la riduzione del numero dei parlamentari sconvolge l’assetto elettorale, la materia andrebbe affrontata con spirito di dialogo per giungere alla definizione di regole il più possibile condivise.
Non minore è la responsabilità nella definizione del piano per il Recovery fund da 209 miliardi. Al primo posto deve stare la consapevolezza che l’Italia non potrebbe mai avere dai mercati finanziari, se non a costi altissimi, finanziamenti di quella portata, essendo nota la dimensione del nostro indebitamento.
Ma soprattutto non si deve mai dimenticare che il peso della parte che dovrà essere restituita – 127 miliardi di euro – andrà a cadere sulle spalle delle generazioni future. Per questo motivo è quanto mai necessario che tali risorse siano utilizzate in progetti capaci di dare buoni frutti, generando quella ricchezza che renderà più agevole la restituzione del debito.
Una sfida al rinnovamento del sistema Italia che richiede una risposta coesa, capace di andare oltre i limiti del proprio giardino.

Antonio Ricci

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