Italia, un Paese vecchio e fermo

17anzianiNella prima pagina della settimana scorsa abbiamo dato conto del cosiddetto “inverno demografico” nel quale si è venuta a trovare l’ Italia a seguito di anni di risultati negativi in fatto di nascite. L’allarme non suona per la prima volta ma ormai siamo proprio a livelli di crollo dai quali si potrà risalire con grande difficoltà. Il dato sul tasso di natalità (1,29 figli per donna) è già grave di per sé, ma diventa drammatico se si considera tutto ciò che lo determina. ‘Giovinezza’ e ‘genitori’ sono termini che non legano più perché il tasso di cui sopra cala proprio nelle fasce di popolazione più giovani.
Pur non potendo analizzare i vissuti personali, è però possibile valutare quello che il sistema Paese (non) fa in questo campo per riscontrare che l’Italia, al di là dei tanti proclami più o meno interessati, è gravemente in ritardo per tutto ciò che concerne il sostegno alle nascite: in questo campo non esiste un sistema strutturato di politiche credibili.
Ci sono voci isolate che avanzano proposte per mettere al centro del dibattito un tema cruciale per l’Italia. Non si contano più gli appelli del Forum delle famiglie: anche di recente, in un incontro con il presidente della Repubblica si è ribadito, in accordo con lo stesso Mattarella, che un Paese che non si preoccupa di favorire la natalità è un paese debole, destinato a scendere sempre più in basso nella scala che valuta lo stato di benessere dei suoi cittadini.
Cosa ne è stato di tutte le promesse di contributi economici, tempi di lavoro flessibili, aumento di asili nido e scuole dell’infanzia, detrazioni per le spese sostenute per i figli? A tutto questo e ad altro ancora si deve poi aggiungere il clima di sfiducia che investe chi si affaccia alla vita attiva. Entra così in gioco un altro dramma nazionale: da anni il nostro è un Paese ‘fermo’, anche dal punto di vista economico: lo confermano tutti i dati relativi. Dal pil inchiodato sullo zero agli investimenti e alle domande di credito alle banche in calo.
Stanno venendo al pettine tutte le scelte di politiche industriali rinviate nel tempo e le mancate soluzioni a tante crisi di aziende. Di nuovi posti di lavoro non si parla, anzi, la prospettiva è di ulteriori cali nella richiesta di manodopera. A fronte di tutto ciò, si ha l’impressione – e non pensiamo di poter essere accusati di qualunquismo – che la politica stenti (a voler essere generosi) a prospettare e, soprattutto, mettere in cantiere le riforme necessarie per uscire da questa situazione negativa.
Non vogliamo dire che gli argomenti sui quali ogni giorno vengono alimentate le polemiche tra partiti non abbiano la loro importanza, ma se si facesse una scaletta delle priorità per il bene del Paese, vitalizi e prescrizione, solo per fare due esempi, non si troverebbero di certo ai primi posti.

Antonio Ricci

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