Dal voto in Emilia arriva un segnale anche per la Toscana?

La netta vittoria della Borgonzoni nelle zone di montagna testimonia il malcontento delle aree “marginali”

Stefano Bonaccini, riconfermato presidente della regione Emilia Romagna.
Stefano Bonaccini, riconfermato presidente della regione Emilia Romagna.

Esauritasi l’euforia del centrosinistra per la vittoria di Stefano Bonaccini in Emilia Romagna, un’analisi più ragionata del voto ha permesso di osservare che, se si fosse votato solo nella Bassa e in Appennino, Lucia Borgonzoni avrebbe trionfato. Proprio il risultato della montagna ci interessa da vicino, non solo per contiguità geografica, ma per le analogie che scaturiscono con la situazione toscana, alla vigilia del voto regionale di fine maggio. Se prendiamo la corona dei comuni emiliani confinanti con la Toscana da Monte Gottero all’Abetone, in tutti ha vinto la candidata della Lega e del centrodestra, con percentuali comprese tra il 53,2% di Berceto e il 78,7% di Fiumalbo.

Lucia Borgonzoni, candidato del centrodestra alle elezioni regionali in Emilia Romagna
Lucia Borgonzoni, candidato del centrodestra alle elezioni regionali in Emilia Romagna

La candidata di Salvini ha vinto in tutti i comuni delle valli di Ceno, Taro, Parma, e in gran parte della val d’Enza, solo per rimanere alle zone contigue alla Lunigiana: aree quasi interamente amministrate dal centrosinistra, spesso da lungo tempo, dove l’elettorato ha rifiutato la narrazione del buongoverno che Bonaccini ha sparso a piene mani. Per un motivo: la risposta della politica alla crisi demografica, economica e sociale della montagna non è stata l’implementazione di provvedimenti di tutela di quei territori, ma tagli e razionalizzazioni. I parallelismi tra Emilia e Toscana in tutto ciò sono evidenti. A partire dalle chiusure dei punti nascita (da un lato Porretta Terme, Borgotaro, Castelnovo Monti, Pavullo, Bobbio, dall’altro Pontremoli, Fivizzano, Castelnuovo Garfagnana, Bibbiena) e dallo smantellamento dei reparti ospedalieri in favore della creazione di centri di eccellenza nelle città; ma anche i piani di dimensionamento scolastico che hanno ridotto l’offerta formativa nelle aree periferiche di entrambe le regioni; le unioni di comuni fortemente incentivate e sollecitate da Bologna (o da Firenze, sull’altro lato dell’Appennino) che alla prova dei fatti si sono tramutate nell’allontanamento dei servizi pubblici di base; fino alla chiusura delle biglietterie ferroviarie, ai tagli al trasporto pubblico locale, ai sempre più radi interventi sulla viabilità, anche in situazioni di dissesto idrogeologico, alla riduzione degli uffici postali e dei postini. Non che nel resto d’Italia la situazione sia stata diversa; ma in Emilia e Toscana 50 anni di governo regionale e locale di un solo schieramento hanno reso più immediata l’identificazione delle responsabilità politiche.

Il voto in Emilia Romagna con indicato, in ogni area geografica, il candidato più votato
Il voto in Emilia Romagna con indicato, in ogni area geografica, il candidato più votato

Quindi: se lo scontento delle zone montuose è emerso in modo così fragoroso nelle elezioni in Emilia, che accadrà a maggio in Toscana, dove la situazione per certi versi appare peggiore? Perché se nell’Appennino emiliano sono ancora evidenti gli investimenti in strade o in edilizia scolastica fatti dalle province prima che il centrosinistra nazionale ne decretasse insensatamente la fine, sul lato toscano i problemi di viabilità e sicurezza scolastica sono uno stillicidio da sempre. E se nella montagna emiliana è stato percepito uno smantellamento della sanità, che cosa penseranno i toscani di Lunigiana, Garfagnana, montagna pistoiese, Casentino e Amiata, che hanno visto addirittura la riduzione delle Asl e l’offerta di esami diagnostici urgenti a centinaia di km dalla propria residenza? La modalità “chiusa” con la quale è stato scelto Eugenio Giani e lo stesso profilo del candidato, due mandati in consiglio regionale (uno da presidente dell’assise), una vita sempre in politica, la sua orgogliosa fiorentinità, i continui tagli di nastro elettorali con cui si propone sui social network, trasmettono un’immagine di continuità con l’esistente che potrebbe non favorirlo in quelle aree che, al di là di interventi emergenziali (come nel caso dell’alluvione 2011 in Lunigiana), si percepiscono “tagliate fuori” e auspicano una cesura rispetto al passato. Chi pensa di ovviare al malcontento delle periferie con il voto delle città, come avvenuto in Emilia Romagna, dove a salvare Bonaccini è stato il risultato delle grandi aree urbane lungo la via Emilia, rischia un fatale errore: in Toscana il soccorso delle città al centrosinistra non è scontato: molte di queste – Massa, Pisa, Siena, Arezzo, Grosseto, Piombino, Pistoia, Montecatini – sono già da tempo amministrate dal centrodestra. È per questo che la vittoria del centrosinistra dipenderà dalla capacità di ascolto e coinvolgimento delle aree marginali. (Davide Tondani)

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