Il lungo cammino del magistero attraverso le encicliche sociali dei papi
“L’ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare nell’ordine simile dell’economia sociale”: sono queste le parole – poste all’inizio dell’enciclica “Rerum novarum” promulgata da papa Leone XIII il 15 maggio 1891 – che danno il via, in modo ufficiale, all’attenzione della Chiesa nei confronti della “condizione operaia”, come recita il sottotitolo che specifica l’argomento del documento leonino e segnano la nascita, sempre in via ufficiale, della “dottrina sociale della Chiesa”.
Un’enciclica destinata a “fare la storia”, se è vero, come è vero, che è rimasta la più conosciuta e la più citata tra le ottantadue scritte da quel pontefice e che è stata ripresa con grande risalto dai suoi successori – in particolare, Pio XI con la “Quadragesimo anno”, Paolo VI con la “Octogesima adveniens”, Giovanni Paolo II con la “Centesimus annus” – in occasione dei quaranta, ottanta e cento anni dalla sua pubblicazione. Senza contare altri autorevoli interventi sul tema da parte di Giovanni XXIII con la “Mater et magistra” e la “Pacem in Terris”, lo stesso Paolo VI con la “Populorum progressio”, Giovanni Paolo II con la “Laborem exercens” e la “Sollicitudo rei socialis”, Benedetto XVI con la “Caritas in veritate”, fino a Francesco con la “Laudato si’”. Un elenco di certo non esaustivo e che tiene conto solo dei documenti più facilmente citati quando si parla, appunto di “dottrina sociale della Chiesa”.
Nell’impossibilità anche solo di tentare una analisi, sia pure superficiale, delle opere citate, può risultare utile sottolineare, facendo riferimento sempre alle prime righe della “Rerum novarum”, la schiettezza usata da Leone XIII nell’affrontare un argomento che non ha mai smesso – cambiati i tempi, le caratteristiche degli Stati, delle ideologie, dei sindacati – di creare forti imbarazzi, se non scontri, nel modo cattolico. Il papa usa termini come “padroni e operai”; soprattutto non teme di riconoscere “l’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà; essere “il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l’unione tra loro più intima”.
Precisa, poi, che “la coscienza dell’apostolico nostro ministero ci muove a trattarla ora, di proposito e in pieno, al fine di mettere in rilievo i principi con cui, secondo giustizia ed equità, si deve risolvere la questione. Questione difficile e pericolosa. Difficile, perché ardua cosa è segnare i precisi confini nelle relazioni tra proprietari e proletari, tra capitale e lavoro. Pericolosa perché uomini turbolenti ed astuti, si sforzano ovunque di falsare i giudizi e volgere la questione stessa a perturbamento dei popoli”.
Un chiaro riferimento, quest’ultimo, all’ideologia socialista che stava allora conquistando sempre maggiori consensi tra gli operai.
Concludiamo le citazioni con l’incipit del secondo paragrafo, nel quale il papa riconosce come “sia di estrema necessità venir in aiuto senza indugio e con opportuni provvedimenti ai proletari, che per la maggior parte si trovano in assai misere condizioni, indegne dell’uomo”. Un tono che oggi si può riconoscere ancora paternalistico, ma resta la sostanza del riconoscimento delle gravi ingiustizie sociali caratteristiche di quei tempi. Il mutare di tante condizioni, delle idee e delle ideologie (fino alla quasi totale caduta di queste ultime) faranno sì che le riprese del tema sopra citate ad opera dei papi che si sono succeduti nel corso del Novecento e in questo inizio di XXI secolo, abbiano assunto posizioni e toni ben diversi da quelli adottati da Leone XIII che, con la sua enciclica, si collocò in una posizione di equidistanza tra le posizioni padronali e quelle operaie.
Alla denuncia delle ingiustizie sociali, che a partire da Paolo VI sposta la sua attenzione sullo sfruttamento del Terzo mondo e anticipa di fatto la globalizzazione, si aggiungono le valutazioni sul modello di sviluppo da perseguire, sul tipo di società da ipotizzare, sui rapporti tra Stati, fino all’esplosione del tema ambientale. Con le encicliche “sociali” la Chiesa si rivela sempre più “madre” nel prendersi cura di tutta l’umanità e “maestra” nel contributo che sa dare ad una crescita armonica del pianeta.
Antonio Ricci



