Roberto Formigoni in carcere: 5 anni e 10 mesi

Destini incrociati per il politico lombardo e per Alemanno, condannato in primo grado

L'ex presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni
L’ex presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni

Due tra i politici più significativi della cosiddetta Seconda repubblica, apparsa e poi scomparsa nel firmamento della politica italiana senza lasciare dietro di sé alcun rimpianto, hanno occupato le prime pagine dei media quasi in contemporanea, sia pure con modi e per motivi diversi.
Roberto Formigoni, condannato in Cassazione (e quindi in via definitiva) a 5 anni e 10 mesi per corruzione quando era presidente della Lombardia, ha varcato le porte del carcere di Bollate per scontare la pena diventata esecutiva.
Anche se i suoi legali riuscissero a far tramutare la detenzione in carcere in arresti domiciliari, nessuno potrà più togliergli la condanna, anche se è corretto aggiungere che lui continua a dichiararsi innocente. Le accuse che lo hanno portato al processo erano di aver dirottato illecitamente fondi pubblici per finanziare l’ospedale Maugeri di Pavia per 70 milioni in cambio di vacanze gratis e uso personale di uno yacht.
Gianni Alemanno, sindaco di Roma dal 2009 al 2013, è stato invece condannato in primo grado a sei anni di carcere per corruzione e finanziamento illecito nell’inchiesta Mondo di Mezzo, uno dei filoni principali del processo denominato Mafia Capitale.
Secondo l’accusa, attraverso la Fondazione Nuova Italia da lui presieduta, avrebbe ricevuto illegalmente tra il 2012 e il 2014 tangenti da Salvatore Buzzi, dirigente delle cooperative “rosse” e da Massimo Carminati, ex combattente dei Nar (nuclei armati rivoluzionari): circa 300mila euro per il compimento di atti contrari ai doveri d’ufficio.
Per lui è ancora aperta la via giudiziaria che prevede i ricorsi alla Corte d’Appello e poi alla Cassazione: solo alla fine di questo iter si potrà sapere se per lo Stato è innocente o colpevole. Anche Alemanno parla di sentenza ingiusta e si dichiara innocente.
Soddisfazione per il pronunciamento dei tribunali e sconforto per i tempi della nostra giustizia si intrecciano per queste come per altre vicende giudiziarie.
Basta immaginare le conseguenze se, dopo sette anni, la Cassazione avesse assolto Formigoni o, addirittura, lo avesse rinviato di nuovo alla Corte d’Appello. Allo stesso modo, si vedrà quanto tempo dovrà trascorrere per giungere ad una sentenza definitiva per Alemanno.
Una conferma, che però non dovrebbe essere cercata solo in casi che coinvolgono “accusati vip”, di quanto bisogno abbia la Giustizia italiana di interventi per liberarla dai tanti veleni che la insidiano e dalle ristrettezze che sono la causa principale dei ritardi nei procedimenti.
Ma quello che vogliamo sottolineare, a costo di risultare impopolari, è che non esultiamo nel vedere un condannato entrare in carcere. Respingiamo con forza lo slogan “marcisca in galera!”.
La restrizione della libertà di una persona, per quanto meritata in base ai suoi comportamenti illeciti e alle leggi che li perseguono, non può far gioire. Perché non bisogna mai dimenticare che “le pene… devono tendere alla rieducazione del condannato” e il carcere non è certo il luogo più indicato (comunque non l’unico) dove ciò possa avvenire.

(a.r.)

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