Pelegrina Parasachi. Matrimoni e liti testamentarie nella Pontremoli del ‘400

La vita e gli intrighi delle due fazioni in città. La causa intentata contro di lei dagli eredi del primo marito. In una Pontremoli ancora divisa in due dalla cortina di Cacciaguerra

20Cortina_CacciaguerraIn una società chiusa ed immobile come quella pontremolese si distingue una vicenda permeata di note quasi romanzesche, di passioni e di intrighi politici, la cui protagonista fu una figura femminile di primo piano nella Pontremoli di metà Quattrocento: Pelegrina Parasachi, figlia di Bernardo e di Franceschina di Giuliano da Manarola. La donna, nata probabilmente nella prima metà del Quattrocento a Cacciaguerra supra, in vicinia San Niccolò, sposò in prime nozze Tommaso Villani, magister e doctor in aritmetica e medicina, residente a Cacciaguerra infra, in vicinia San Colombano.
Morto il Villani, Pelegrina convolò in seconde nozze con Enreghino Enreghini, abitante nel borgo superiore, figlio di Bernabò Enreghini, forse l’uomo più influente e potente della Pontremoli dell’epoca. Tra Pelegrina ed il primo marito Tommaso ci fu verosimilmente una rilevante differenza di età: nel 1459 la donna era già vedova ed il figlio della coppia, Pietro, era ancora minorenne, come si desume dalla nomina di Pelegrina a curatrice dei suoi beni. Tommaso, peraltro, era stato già sposato molti anni prima con una certa domina Domenigina, dalla quale aveva avuto almeno due figlie, forse coetanee della stessa Pelegrina: domina Thobia, e domina Marietta.
Morto Tommaso, probabilmente nella seconda metà degli anni Cinquanta nel Quattrocento, inizialmente ella esercitò il suo ruolo di vedova gestendo ed amministrando per il figlio il patrimonio lasciato dal marito. La vita viduale ineccepibile di Pelegrina non si mantenne tuttavia tale a lungo: già a metà degli anni Sessanta infatti si avvicinò ad Enreghino Enreghini, al punto che in una supplica coeva inviata al duca di Milano vennero indicati come namurati; nel 1473 in un atto notarile rogato dal notaio Carlo Enreghini i due apparvero già come coniugi.
Tale unione consentì a Pelegrina di tornare a Cacciaguerra supra e di abbandonare definitivamente il borgo inferiore, dove è presumibile che non fosse mai stata del tutto accettata e che non si fosse mai sentita a proprio agio. La seconda unione forse rappresentò per lei una sorta di riscatto, l’opportunità per tornare nel suo ambiente, in quella vicinia che le aveva dato i natali, che l’aveva cresciuta, e che aveva dovuto abbandonare, totalmente ignara della vita che l’avrebbe attesa nella nuova casa e trasformata in giovane moglie, madre e presto vedova.

Un “incontro” casuale, durante la ricerca tra i documenti conservati nell’Archivio di Stato di Milano

Il mio incontro con Pelegrina Parasacchi, casuale ed inaspettato, è avvenuto grazie alla frequentazione dell’Archivio di Stato di Milano e quello di Pontremoli. Il “notarile” pontremolese non sempre ci consegna storie di donne così singolari, anzi i personaggi femminili appaiono rari e privi di spunti interessanti; ma Pelegrina, con il suo dettagliato testamento e con il suo temperamento altrettanto raro per l’epoca, mi colpì subito, spingendomi a cercare ulteriori notizie riguardo al suo destino.
Nella ricerca storica, la fortuna è fondamentale, e nelle mie giornate passate tra le carte del “Carteggio visconteo-sforzesco”, casualmente incontrai nuovamente la nostra protagonista: nella busta denominata “Enreghini” è conservata infatti la supplica con cui, Pelegrina ed Enreghino denunciavano le pretese dei Villani. Un rammarico tuttavia rimane: non essere riuscita a reperire il testamento di Tommaso Villani. Pelegrina, gli Enreghini, i Villani e Pontremoli sono inoltre oggetto principale della mia tesi di dottorato, intitolata “Un borgo, due anime. Pontremoli in età medievale”, la quale sarà discussa il 26 giugno prossimo all’Università degli Studi di Teramo. I primi risultati di questa ricerca, sono stati da me presentati, inoltre, lo scorso marzo, durante una lezione tenutasi presso l’Università della Terza Età, in seguito all’invito di Caterina Rapetti. (O. R.)

In San Francesco a Pontremoli è questa lapide che - come scrive il Ferrari - ricorda come la famiglia Parasacchi avesse in quella chiesa patronato sulla cappella dell’Annunciazione, a sinistra dell’altare maggiore, oggi non più esistente.
In San Francesco a Pontremoli è questa lapide che – come scrive il Ferrari – ricorda come la famiglia Parasacchi avesse in quella chiesa patronato sulla cappella dell’Annunciazione, a sinistra dell’altare maggiore, oggi non più esistente.

Il secondo matrimonio, se da un lato agevolò i Parasachi nell’avanzata sociale, dall’altro generò l’ennesima lotta tra le due parti: ancora una volta i Villani contro gli Enreghini. Nel biennio 1466-1467 gli esecutori testamentari di Tommaso, tutti appartenenti alla famiglia Villani, intentarono una causa nei confronti della donna, a loro avviso rea di essersi appropriata dei beni del marito, che dovevano invece essere venduti per la dotazione della cappella dei Santi Cosma e Damiano, di patronato della famiglia, nella chiesa di San Colombano. La disputa si concluse a favore di Pelegrina e di Enreghino, i quali poterono contare sulla potentissima alleanza clientelare del borgo superiore, e soprattutto sull’appoggio del duca di Milano, il quale riuscì a bloccare il processo contro i due innamorati.
L’accesa diatriba pare l’ennesimo capitolo della lotta fazionaria: ancora una volta Cacciaguerra supra contro Cacciaguerra infra; ancora una volta i maggiorenti del borgo di sopra opposti ai maggiorenti del borgo di sotto; ancora una volta un episodio di scontro intestino che affonda le sue radici nei secoli passati. La figura di Pelegrina sembra qui essere quasi il punto di incontro, l’anello di congiunzione tra le due parti; questo elemento fa sì che Pelegrina focalizzi su di sé la curiosità riguardo alla sua vita ed al suo destino.
È indubbio che le scelte matrimoniali della famiglia avessero un substrato oggettivo di ordine economico e sociale: quantomeno il secondo matrimonio palesa infatti un reciproco interesse e guadagno; i Parasachi avevano notoriamente un patrimonio cospicuo derivato dall’attività di beccai e questo rappresentava comunque un elemento di peso affatto trascurabile, che li rese parenti appetibili anche per famiglie più nobili quali i Villani e gli Enreghini, e che al tempo stesso diede loro l’impulso ad operare la scalata sociale verso le cariche pubbliche.
Non è dunque certo una casualità se l’inumazione di questa donna sui generis, avvenuta nel luglio del 1482, si svolse nel luogo che meglio di tutti rappresentò il simbolo del potere riconosciuto: la chiesa di San Francesco.

(Olga Ricci)