Aumentano in Toscana le famiglie in difficoltà: i dati preoccupanti di una ricerca Irpet

13lavoro_ToscanaToscana, terra dai mille volti. Ma, esplorato lo scenario naturale della nostra regione ed apprezzata l’operosità dei suoi abitanti, balza agli occhi uno spaccato di vita che fa male.
La falce della disoccupazione e la chiusura di piccole e medie industrie hanno drasticamente fatto scendere il reddito pro capite dei toscani: dai 20.500 euro del 2008 ai 18.700 del 2016.
Le persone sotto la soglia del rischio di povertà sono cresciute di ben 45mila unità, mentre quelle che vivono in stato di assoluta povertà sono 54mila in più e raggiungono il preoccupante record negativo di 119.517. Le famiglie che vivono gravi privazioni materiali come l’impossibilità di riscaldare l’abitazione, la mancata sicurezza di pasti quotidiani, la carenza di cure mediche di vario tipo, in primis quelle dentarie, sono circa 53mila; nel 2008 erano 35mila.
Sono dati che emergono da una ricerca Irpet (Istituto programmazione economica regionale) e che inducono a serie riflessioni. Mentre continua la lotta per le “poltrone”, la povertà avanza coinvolgendo persone di ogni età, bambini compresi.
Il guaio è che oggi manca una classe dirigente, non solo politica, all’altezza dei propri compiti; capace di capire e accogliere l’umore della società e di impegnarsi, seriamente e con la dovuta responsabilità, per trovare soluzioni e risposte adeguate ai problemi più impellenti.
Urge reinvestire sui valori, ponendo al centro la persona con i suoi diritti-doveri, non in chiave retorica, ma realmente. La fotografia della Toscana povera non è certo confortante, anche se la nostra regione ha retto meglio di altre di fronte alla lunga crisi cominciata nel 2007.
Gli analisti dell’Irpet segnalano anche altri indicatori di povertà come le domande di contributo economico per gli affitti onde evitare il dramma degli sfratti quando all’interno delle famiglie ci sono minori o ammalati. In tutto questo buio pare accendersi un lumino di ripresa, anche se la parola d’ordine degli esperti rimane “cautela”.
I risparmi delle famiglie, le pensioni dei nonni hanno, in parte, compensato le pressioni sociali imputabili alla diminuzione dei salari ed alla precarietà del lavoro.
Essere impegnati per un briciolo di ore settimanali non significa avere un’occupazione, né la possibilità di essere autonomi. Sappiamo tutti che il lavoro è, prima di tutto, sinonimo di dignità e di riscatto morale, sociale e civile. Speriamo davvero che chi ha dirette responsabilità si impegni con coscienza per ridare speranza a chi brancola nel buio.

Ivana Fornesi