La Prima Guerra Mondiale: “grande”, “totale”, non “breve”
Quella che è ricordata come “grande”, è caratterizzata anche da un altro aggettivo: “totale”, che spiega le pesanti conseguenze patite dalle popolazioni civili anche nei territori lontani dalle battaglie. La maggior  parte dei protagonisti pensava che la nuova guerra sarebbe stata “breve” e che avrebbe anche potuto risultare “utile” per rinnovare gli Stati.

La presentazione che il prof. Fabio Degli Esposti ha fatto del tema assegnatogli ha fornito una panoramica di ciò che la Prima Guerra mondiale ha rappresentato nel corso dei cinque anni durante i quali ha avuto luogo. Quella che è ricordata come “grande”, è caratterizzata anche da un altro aggettivo: “totale”, che spiega le pesanti conseguenze patite dalle popolazioni civili anche nei territori lontani dalle battaglie. “Totale” perché ha impegnato eserciti di massa, ha sfruttato tecnologie innovative: carri armati, dirigibili, aerei, cannoni a lunga gittata, ha richiesto una profonda riorganizzazione industriale, è stata enormemente dispendiosa, ha coinvolto un “fronte interno” con la propaganda e la lotta al disfattismo.

La cronaca dell’incontro a Pontremoli

03Prima_Guerra_Mondiale_convegnoLa prima Guerra Mondiale, le vittime civili e il ruolo del Corriere Apuano in Lunigiana durante la Grande Guerra. Sono stati questi gli argomenti principali dell’incontro che si è tenuto venerdì al Cinema Manzoni (in una sala che si sarebbe voluta più gremita) organizzato dal Corriere Apuano e dall’associazione “Vasco Bianchi” in collaborazione con la Deputazione di Storia Patria delle Province Parmensi.
È stato il nostro direttore, Antonio Ricci, a svolgere il ruolo di moderatore dell’incontro sottolineando come il convegno sia una tappa in un percorso di analisi e studio su quattro tesi che hanno il Corriere Apuano come tema comune.
Il saluto del sindaco, Lucia Baracchini, si è incentrato sull’importante legame tra stampa e storia e su come l’editoria sappia raccontare la grande storia ma anche le piccole realtà come quelle della nostra terra. Il professor Giuseppe Benelli ha invece basato la sua riflessione sulla difficoltà di capire sentimenti e ideali delle persone di un secolo fa, come ad esempio i giovani che si offrivano volontari per la guerra.
Dopo le interessanti e applaudite relazioni del prof. Fabio Degli Esposti e della nostra redattrice Maria Luisa Simoncelli (di cui riferiamo qui), un’altra redattrice del nostro settimanale, Ivana Fornesi, ha recitato una lettera che ha immaginato di indirizzare al nonno Sante, morto durante la prima guerra Mondiale e da lei mai conosciuto. Un modo per evidenziare come dietro la grande astrazione dei numeri dei morti e feriti ci siano sempre persone reali stroncate dalla guerra. (r.s.)

La maggior parte dei protagonisti in campo pensava che la nuova guerra sarebbe stata “breve” e che avrebbe anche potuto risultare “utile” per rinnovare gli Stati. Personaggi come Ivan Bloch, un finanziere ebreo polacco poco noto, prevedono però che ne deriverà un disastro economico; la guerra sarà lunga perché di posizione; grande sarà l’impiego di risorse economiche. Lo zar proverà a sensibilizzare i potenti ma senza successo. Engels, 30 anni prima del conflitto, scrive che la prospettiva più probabile è quella di una guerra con 8 – 10 milioni di morti, al termine della quale tutti gli Stati si troveranno in enormi difficoltà e impoveriti, le monarchie cadranno. Tutto ciò passa in secondo piano con l’inizio del conflitto: da quel momento l’impegno di tutti gli Stati sarà orientato a sostenere “lo sforzo bellico”.
Nel Regno Unito viene istituito il Ministero per le munizioni; aumentano le commesse alle industrie; c’è una stretta sulla disciplina degli operai. Soprattutto, diventa sempre più importante il “fronte interno”. All’inizio tutti vengono chiamati alle armi, poi ci si rende conto che gli uomini servono anche “a casa”, nelle fabbriche, quindi si comincia a concedere gli esoneri. Il quadro prende forma poco per volta e solo nel 1916 si può parlare di un completamento di tutte queste misure.
03Prima_Guerra_Mondiale_trinceaIl 1917 è per tutti, soprattutto per l’Intesa, un anno di crisi. In Italia la stanchezza per la guerra si fa sentire in modo pesante, soprattutto perché non si vedono prospettive sulla conclusione. Nelle campagne si vive un po’ meglio, almeno per il cibo, ma c’è l’aumento dei costi dei materiali e della forza lavoro; ci sono le requisizioni sottopagate dei prodotti; c’è lo sconvolgimento della vita famigliare.
Tra la fine del 1916 e l’inizio del 1917 cominciano le manifestazioni di protesta, soprattutto delle donne, a partire proprio dalle campagne, per chiedere il ritorno dei famigliari sotto le armi. La colpa viene data ai socialisti e ai cattolici, ma non c’è coordinamento nelle proteste.
Diventa più pesante la censura. Un provvedimento del 23 maggio 1915 vieta le notizie che possono “creare disagio”. Si censurano le informazioni sulla guerra, ma anche sulle condizioni economiche: la parola “sciopero” è vietata. Aumenta la propaganda perché dopo i primi tempi l’entusiasmo è in calo. Il ministro Orlando viene criticato perché troppo “morbido” con i disfattisti.
Né delle agitazioni di Modena (14-16 maggio 1917) né di quelle di Torino (23-28 agosto 1917) si trovano notizie dirette sui quotidiani. La sostituzione del prefetto di Torino viene giustificata con problemi legati al controllo della distribuzione del cibo. Il 1917 è un anno duro per l’Intesa: la Russia si ritira, in Francia ci sono ammutinamenti ma non si pensa a porre fine al conflitto perché un trattato è visto come una sconfitta. Si corre ai ripari con nuovi arruolamenti, con promesse di miglioramenti ma anche con giri di vite in chiave repressiva. Il decreto Sacchi inasprisce le pene anche solo per sospetti di disfattismo, ma non sarà applicato perché poco dopo arriva Caporetto, che ricompatta lo spirito patriottico e per qualche tempo funge da anestetico sulle proteste. Scoppia la “questione profughi”. Il Governo fa appello allo spirito di solidarietà: c’è accoglienza, ma ci sono anche tensioni.
La stampa tace sui problemi reali. Quale eredità lascia la guerra? È la prima grande esperienza vissuta dall’Italia intera, ma aggiunge fratture: tra chi è stato al fronte e chi è rimasto nelle retrovie o a casa; tra campagne e città; tra imprenditori e piccola borghesia; tra socialisti riformisti e massimalisti. L’Italia ottiene le terre irredente, gioca il ruolo di grande potenza, ma è anche un Paese fortemente impoverito con una società divisa e un sistema politico fragilissimo e le conseguenze, come ben sappiamo, furono disastrose.

Antonio Ricci