Custodiscimi, Signore, nella pace

Domenica 5 novembre, XXXI del tempo ordinario
(Ml 1,14- 2,2.8-10; 1Ts 2,7-9.13; Mt 23,1-12)

gesu_apostoliGesù ha ribattuto con successo a ogni interrogazione dei farisei, e ora nessuno più riesce a trovare domande da fargli. Il Maestro si rivolge a quel punto ai propri discepoli e alla folla riunita, e dà loro un’istruzione chiara: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno.” Queste sono frasi dal significato meno ovvio di quanto potrebbe sembrare.
Anche ai giorni nostri l’ipocrisia di chi proverbialmente “predica bene ma razzola male” è considerata tra i mali più deplorevoli, e spesso siamo condizionati a provare un compiacimento morboso nel vedere smascherati tali comportamenti. Perché sentiamo che questo priva l’ipocrita del diritto di essere ascoltato, toglie validità a qualsiasi sua argomentazione, ci rende liberi di fare, sommo piacere, quello che ci pare. Gesù, in questo caso come in molti altri, va controcorrente.
Il Maestro denuncia l’ipocrisia, ma avverte di non buttare via la predica insieme al predicatore. I precetti di Mosè e della Legge restano giusti, anche se la stessa persona che li insegna non li rispetta.
Errare è umano, e oltretutto, l’errore di scribi e farisei è più comune di quanto si pensi: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati ‘rabbì’ dalla gente.”
Anche noi, oggi, apprezziamo e bramiamo la popolarità e il rispetto della gente. Nel nostro mondo moderno, così affollato e pieno di informazioni urlate, spesso agiamo solo per farci finalmente notare, per avere, come disse un famoso artista, “il nostro quarto d’ora di celebrità”.
Ma anche lasciando perdere questo, già da molti secoli si è fatto strada il sentimento che la legge vada rispettata per un motivo solo: perché non rispettandola si incorre nella disapprovazione della comunità. E da questa convinzione ne scaturiscono altre ancora più malsane, la più pericolosa delle quali (e la più diffusa) è che violare la legge sia corretto, finché non ci si fa notare. Gesù rifiuta e condanna questi atteggiamenti, chiamandoli con il loro nome: “arroganza”, un peccato molto più grave di qualsiasi ipocrisia. La fama non può essere lo scopo ultimo delle nostre azioni, e la legge va rispettata a prescindere da chi sia testimone del nostro rispettarla. Ciò che il Figlio ci insegna è a vivere “per” gli altri, non a vivere “dipendendo” dagli altri.

Pierantonio e Davide Furfori

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