Da Fantoni a Battistini molti i fivizzanesi illustri a Roma

Corso di storia locale al Museo degli Agostiniani

Monumento a Giovanni Fantoni a Fivizzano
Monumento a Giovanni Fantoni a Fivizzano

È velleitario domandarsi che cosa Fivizzano abbia dato a Roma? Secondo il professor Amedeo Benedetti sicuramente no, se si riflette sull’attività che vi hanno svolto e sui segni che vi hanno lasciato della loro presenza illustri personaggi fivizzanesi, tra i quali non è stato annoverato Papa NiccolòV, fondatore della Biblioteca vaticana, non fivizzanese né per nascita né, ancor più determinante per considerarlo tale, per formazione, a giudizio storicamente motivato dello stesso studioso, nonostante la madre, Andreola dei Bosi, originaria di Verrucola. Altri storici locali – è giusto dirlo – sono pervenuti a conclusioni diverse, altrettanto documentate. Questa, però, è stata solo una considerazione inserita “a volo” nella magistrale lezione che il professore ha tenuto il venerdì 10 febbraio, nel Museo degli Agostiniani, ad un pubblico ben più numeroso rispetto agli iscritti al corso di Storia locale, a dimostrazione dell’interesse per l’argomento trattato e della stima verso il relatore, sempre disponibile al “recupero” e alla valorizzazione di momenti e di personaggi della storia locale, rivisitata e ricostruita in costante riferimento e in rapporto a quella generale, “universale”, per usare un termine del prof. Mario Nobili.
C’è da dire, tuttavia, che non tutti i “fivizzanesi notevoli” che sono stati, più o meno a lungo, a Roma vi hanno lasciato tracce durevoli di sé. È il caso di Giovanni Fantoni (Fivizzano 1755-1807), il cui nome è collegato alla città eterna solo per l’educazione lì ricevuta – dopo quella presso i Benedettini di Subiaco – nel collegio degli Scolopi, che presto abbandonò perché “non troppo” portato per la carriera ecclesiastica, che la famiglia desiderava abbracciasse. Certamente fu poeta, elogiato anche da Carducci e Alfieri, accademico della Crusca e dell’Arcadia, politico seguace degli ideali illuministi, degnamente celebrato a Fivizzano, nel centocinquantesimo dalla morte, dal professor Luigi Russo.
Ben diverso il “lascito” di Giovanni Gargiolli ( Fivizzano, 1838- Roma, 1913), “attivo a Roma tra il secolo XIX ed il XX, pioniere della fotografia e delle sue applicazioni alla catalogazione delle opere d’arte, fondatore e primo direttore del Gabinetto Fotografico Nazionale, benemerito inventore di apparecchiature fotografiche”. A Roma Gargiolli giunse nel 1873, attratto, essendo ingegnere ed architetto, “dalla frenesia costruttiva che stava trasformando la nuova capitale in un immenso cantiere”. Ebbe importanti incarichi e accumulò molto denaro, fino a quando, verso la fine degli anni Ottanta, non intervenne una grande crisi edilizia, che fece rivolgere il suo impegno verso la fotografia. Questa passione lo portò ad ottenere risultati artistici e scientifici straordinari, non sempre, purtroppo, ricordati e riconosciuti, se non nel centenario dalla morte con varie iniziative a Roma e a Fivizzano. Qui, nel 1913, fu pubblicato il libro di Amedeo Benedetti “Vita di Giovanni Gargiolli, fondatore del Gabinetto Fotografico Nazionale”. Nel suo tempo, però, era molto apprezzato e fu “consulente” di grandi personalità, tra cui Elena di Savoia e Cesare Tardivo, famoso per le applicazioni militari della fotografia.
Anche il fratello di Giovanni, Carlo Gargiolli, ebbe un ruolo importante in Roma, dove si trasferì nel 1884. Grande filologo, aveva ricevuto l’incarico “di dirigere la Biblioteca Cassanatense”, che stava per diventare statale; prima era gestita dai Domenicani. Durò poco quell’incarico, perché il ministro della Pubblica Istruzione Coppino lo destituì a seguito del furto – poi rivelatosi solo una collocazione “a casaccio” da parte di un impiegato – della “pregevole edizione del 1465 di un Lattanzio”. Inutile fu anche il forte intervento di Giosuè Carducci, per impedire il provvedimento che colpiva un membro della potente famiglia dei Gargiolli, a cui era profondamente legato.
Dai Gargiolli ad un altro grande fivizzanese: quel Giuseppe Battistini (Fivizzano, 1881 – Milano, 1951) che compì ricerche ed ottenne eccezionali risultati, tutti ben illustrati dal relatore, nell’ambito della fotografia a colori. Perché potesse compiere i suoi studi nelle migliori condizioni possibili, Benito Mussolini concesse a lui – e a Guglielmo Marconi – le chiavi dell’ultimo piano di Palazzo Chigi. Questi alcuni frammenti che abbiamo colto della ricca e brillante relazione del prof. Benedetti, rivolta ad una assemblea attenta, ma di sole “teste bianche”. È stato pertanto naturale, al termine, interrogarsi su come fare a coinvolgere i giovani, studenti e non, che potrebbero uscirne carichi di fierezza per il loro passato, ma anche stimolati a conoscere, a capire, a ben operare, a darsi da fare. Quale ruolo potrebbe svolgere la scuola, a questo fine? Porsi le domande è già qualcosa.

Andreino Fabiani

Giovanni Fantoni: un piccolo “incidente” tra Luigi Russo e il vescovo Fenocchio in una commemorazione a Fivizzano nel 1957

Tra i fivizzanesi illustri che furono attivi a Roma quello che ha maggior rilievo a livello nazionale è Giovanni Fantoni (Fivizzano 1755 – Corticella 1807). Nel Compendio di storia della letteratura italiana di Natalino Sapegno si legge che G. Fantoni è “l’ultimo scrittore in cui tutte le mode letterarie del Settecento e del primo Ottocento si rispecchiano, bizzaramente mescolandosi” . Pubblicava i suoi versi col nome di Labindo, pseudonimo adottato secondo il canone dell’Accademia nazionale dell’Arcadia di cui fece parte. La sua prima formazione fu sui classici nel collegio “Nazzareno” di Roma dove entrò a otto anni. Studiava con particolare amore i carmi di Orazio, e Vittorio Alfieri a buon diritto lo chiama “Orazio etrusco”, ma era attento anche alle nuove tendenze del gusto idillico e sentimentale dei preromantici a lui contemporanei (Gessner, Young, Gray, Ossian).Visse gli anni della rivoluzione francese, con fermezza e sincerità professò idee democratiche e repubblicane, meritandosi dal Carducci l’epiteto di poeta “arcade e giacobino”. Quando l’Italia politica non esisteva ancora c’era, da Dante in poi, l’Italia unita delle lettere, della lingua, della cultura. Fantoni proponeva una federazione di repubbliche italiane, un progetto presentato nel 1803 a Napoleone in cui disegnava un governo italiano autonomo, costituzionale, unitario con proprie leggi, esercito ed erario. Nel 1957, 150° anniversario della morte, Fivizzano onorò Fantoni con una “lectio magistralis” tenuta da Luigi Russo, docente di letteratura italiana all’Università di Pisa e direttore della Scuola Normale. Russo era tanto bravo quanto “barone”, chi lo ha avuto insegnante ricorda il suo siciliano vigore laicista e anticlericale. A Fivizzano, presente il vescovo mons. Fenocchio, si appassionò, sulle orme dell’altrettanto anticlericale Carducci, ad esaltare le idee del Fantoni sul razionalismo illuministico, sul giacobinismo rivoluzionario contro il clero e la nobiltà. I toni accesi si fecero eccessivi tanto che il vescovo lasciò la sala prima della conclusione della conferenza. Quando nel 1958 ero matricola a Pisa mi presentai per avere sul libretto la firma di frequentazione delle lezioni del Russo, il quale, leggendo che ero di Pontremoli, mi fece una scenata urlando contro quel vescovo, che lui storpiò in Fernocchio, segno che l’episodio gli rodeva ancora ed io, innocente ma intimidita, non trovai parole. Comunque, la firma la mise e all’esame non si accannì, come temevo.

Maria Luisa Simoncelli

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