Quei nostri remoti antenati nel racconto degli archeologi

Si è tenuto la scorsa settimana a Pontremoli
il convegno “Le stele degli altri”

 

stele verrucolaVenerdì 20 gennaio al Teatro della Rosa si è tenuto il Convegno “Uno sguardo alle stele degli altri, quelle di Aosta, Arco di Trento e Laconi (OR)”. Nella presentazione Angelo Ghiretti, direttore del museo “A. C. Ambrosi” del Piagnaro, che nel suo nuovo allestimento raccoglie oltre 80 megaliti antropomorfi, ha illustrato il progetto di fare rete con gli altri musei tematici di Pontremoli, La Spezia, Arco di Trento, Aosta e Laconi, per potenziarli e promuoverli, i cui responsabili hanno avviato accordi e piani di lavoro. I coordinatori erano anche il sindaco Lucia Baracchini, il sottosegretario Cosimo Ferri, i quali nelle parole di saluto, associate a quelle dell’assessore Clara Cavellini, hanno indicato intenti di lancio. Partecipavano gli studenti del “Belmesseri” indirizzo turistico. L’idea del Convegno nacque da un incontro a Laconi tra Ferri e Carlo Delfino editore a Sassari: era presente e ha assicurato che a febbraio alla Fiera Internazionale del Turismo a Firenze proporrà l’iniziativa di creare un portale per fare rete museale sulla megalitica europea. Il Convegno aveva contenuti interessanti, purtroppo seguito da un pubblico non molto numeroso, in una città che vuol puntare sul turismo e sul “gioiello” delle statue-stele del Piagnaro. Si ricorda che invece nell’aprile 1988 ebbe buona partecipazione un Convegno tenuto a Pontremoli e LaSpezia su “La statuaria antropomorfa in Europa dal Neolitico alla romanizzazione”, di cui il Corriere Apuano pubblicò adeguata sintesi di tutte le relazioni. La Spezia per prima raccolse le pietre remote della preistoria in Lunigiana. Del suo Museo Archeologico, ristrutturato e messo a valore e sicurezza, ha parlato Marzia Ratti, dirigente del settore cultura Comune della Spezia. Iniziatore Ubaldo Mazzini, altri operatori basilari della raccolta museale spezzina sono stati Ubaldo Formentini, Cesare Augusto Ambrosi, Tiziano Mannoni. E’ in atto una collaborazione stretta tra il Comune e il Museo Archeologico per il tanto che rimane da fare, per conferenze e ricerche sulle stele, sui Liguri, per un catalogo on-line, per un percorso tattile per non vedenti, con la prospettiva di superare i localismi e rendere il museo un luogo che “parla” e ha legami con gli altri.

 

Le pietre antiche di Aosta e delle valli dell’Adige,
affinità e differenze con quelle lunigianesi

Statua stele Arco IV (Riva del Garda)
Statua stele Arco IV (Riva del Garda)

Un museo che raccoglie megaliti è ad Arco di Trento. Ne ha dato le immagini con sapiente commento, allargato al patrimonio complessivo del territorio, la referente scientifica Annalisa Pedrotti, docente di preistoria e protostoria dell’Università di Trento. Le stele reperite soprattutto nell’alta val Venosta (zone vicine a dove fu rinvenuta la mummia di Similaun), hanno somiglianze con quelle lunigianesi, ma anche notevoli diversità. Molte, come da noi, sono state scoperte per caso, alcune reimpiegate, distinte per sesso e abbigliamento cerimoniale inciso, pugnali riferibili al modello con fodero della “cultura calcolitica di Remedello”(BS) testimoniata dalla necropoli del III millennio là ritrovata. Sono differenti dalle lunigianesi perché quasi tutte sono in marmo della val d’Adige e sono scolpite per una visione a tutto tondo, alcune portano collane di grani di marmo, mantelli con frange, asce, hanno rapporti figurativi con le incisioni rupestri della val Camonica. Tre le tipologie classificate; maschile, femminile, immaturo. Il sito affiorato ad Aosta nel 1969 scavando per nuove costruzioni è diventato il parco archeologico-museo Saint-Martin de Corléans, il cui percorso espositivo è stato illustrato da Gaetano De Gattis dirigente regionale. I criteri sono quelli di dare “una comprensione visiva emozionale dell’insieme” modulato dall’illuminazione dinamica che muta alle diverse ore del giorno, costruito nello stesso luogo del rinvenimento. Per venti anni il sito è stato studiato da Franco Mezzena archeologo, ora tutto il patrimonio è esposto in sei sezioni che ricostruiscono in una curva cronologica reperti contrassegnati da solchi di aratura, pozzi contenenti macine e cereali, pali allineati, stele e tombe. Ulteriori conoscenze le ha portate Gianfranco Zidda archeologo su 46 stele antropomorfe di tipologia ogivale, per lo più volontariamente abbattute in tempi successivi per distruggerne il potere simbolico, distinte in arcaiche acefale, di transizione ed evolute con incisioni leggere, databili dal IV millennio a.C. per età del rame, bronzo, ferro. Nel sito di Aosta sono anche monumenti funebri, in particolare un imponente dolmen, i menhir (pietre fitte) con somiglianze con quelle gemelle di Sion svizzera.

 

È la Sardegna la più ricca di monumenti preistorici
megalitici ed ipogei del culto della “grande madre”

Menhir di Laconi "Barrili II"
Menhir di Laconi “Barrili II”

Il più grande patrimonio megalitico è in Sardegna. Entusiasmante l’analisi del direttore del museo dei menhir di Laconi, Giorgio Murru. In Sardegna si sono incontrate e metabolizzate due linee culturali, quella della megalitica che si spostava da Ovest (Stonehenge, Carnac) a Est e quella della “grande madre” che dall’Africa volgeva a Ovest, a partire da sette millenni fa e prima della civiltà nuragica: viaggiano contemporanee, rimane da capire se siano due modi diversi dello stesso culto. Il museo di Laconi raccoglie 46 monoliti, anche qui scoperti casualmente. Il suo patrimonio sono stele con la parte apicale con un grande naso a triangolo acuto, al centro un “capovolto” inteso come un morto, ha pugnale tipo Remedello, forte stilizzazione. In una tomba ipogea scavata a Sinis ritrovato scheletro capovolto che afferra una statuina simbolo della dea madre a cui sottoterra il morto vuol ricongiungersi: una ritualità funeraria che è solo sarda. I monumenti sono moltissimi, oltre mille, ci sono menhir alti più metri, dolmen, le “domus de janas” o delle fate, menhir grandissimi con piccoli ingressi per accedere a sepolture. Hanno incisi o segnati a rilievo stilizzate figure di uomini capovolti verso il luogo ipogeo. Ci sono janas con la “falsa porta”, scolpita già in piena età del rame, tombe giganti a prospetto e contenenti stele centinate, in alcune un’ogiva sta al posto del “capovolto”, oppure ha un uovo come centro della vita. Quanto è stato conservato, anticipa la civiltà nuragica della piena età del bronzo.

(Maria Luisa Simoncelli)

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