Guglielmo Achille Cavellini, artista e collezionista multiforme e geniale

L’artista era nato nel 1914 da emigrati di Vignola diventati negozianti di successo a Brescia

Guglielmo Achille Cavellini nel 1974 con Andy Warhol esponente della pop-art
Guglielmo Achille Cavellini nel 1974 con Andy Warhol esponente della pop-art

Il 15 ottobre si è tenuta la mostra Aspettando Cavellini in palazzo Dosi Magnavacca a cura di Pontremoli in arte. Si firmava GAC Guglielmo Achille Cavellini, nato a Brescia l’11 settembre 1914, figlio di pontremolesi di Vignola. All’attività mercantile della famiglia associò l’amore per l’arte contemporanea vivendola come un arbitro speciale di novità rivoluzionarie. Non un artista come tanti altri, il suo è stato una specie di giudizio illuminato che ha ricondotto all’individuo e al suo pensiero la centralità dell’arte di contro a discutibili sperimentalismi.
La storia di GAC inizia con la scoperta della nuova arte astratta e ne diviene uno dei maggiori collezionisti, se ne innamora come pittore. Fu la scintilla per un’idea dell’arte come scelta individuale: fu l’elemento conduttore della sua esistenza. Nel 1960 lavora sul versante dell’astrattismo pittorico, trova segni nuovi anticipatori del suo lavoro sulla scrittura con uso diversificato dei materiali. Recupera dal quotidiano oggetti, giocattoli, soldatini e altro che vanno a formare una sorta di teatrino carico di memoria e di denuncia sociale. Poi fa opere formate da intarsi in legno dipinto e i primi francobolli, dando il via a una ricognizione sulla celebrazione sempre presente nel suo lavoro.
C’è un tempo dei carboni in cui bruciare significa creare il nuovo purificandosi. Dalla citazione passa all’appropriazione fino a far assumere a certe icone la valenza di opera propria, usando opere di altri oppure l’immagine dell’Italia in innumerevoli situazioni e contesti. Arriva fino all’azzardo di sezionare tele di altri autori importanti e farne appropriazione iconoclasta.

Cavellini con Eugenio Montale
Cavellini con Eugenio Montale

Nel 1971 decide di rivolgere attenzione unicamente a se stesso per segnalare la deformazione di un sistema permeato da invidie e chiusure invalicabili. Conia il termine autostoricizzazione, non una trovata narcisistica per mettersi in mostra, ma immersione nel sistema dell’arte evidenziandone anche le contraddizioni. Allestì mostre a domicilio che furono come un vessillo per tanti giovani artisti coi quali ebbe un fitto scambio di arte postale, tanto da creare degli archivi-museo di questo tipo di opere da ogni parte del mondo, che considerò la sua opera più importante.
Produce i manifesti che tanti musei dovranno usare per celebrare il suo centenario nel 2014, ma previde male perché la morte lo colse nel 1990. La fantasia si scatena, nei francobolli entra lui con la sua mimica votata allo sberleffo. Scrive una Pagina dell’Enciclopedia che sfocia in un’iperbole del culto della personalità.
La sua scrittura diventa cifra pittorica usata su tutti i supporti possibili: colonne, manichini, tele e drappi vestiti. Cavellini, autentico innovatore per comunicare l’arte, si rivela capace di dare vitalità al suo messaggio di provocante giudice.

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