
La mattina del 21 aprile dello scorso anno, nella “Domus Sanctae Marthae”, Papa Francesco cessava la sua grande missione terrena. Appena eletto, nel 2013, si era presentato al mondo dalla Loggia centrale, come vescovo di Roma, e non come Pontefice.
Da subito aveva lasciato intendere che sarebbe stato pastore del “pueblo”, in mezzo alle persone e non tra gli arazzi del Palazzo apostolico. Un pastore che non aveva paura “dell’odore delle pecore”, che accoglieva, con amore, persone che altri tenevano a distanza perché provenienti dai bassifondi della povertà assoluta, dal sottosuolo che non vogliamo vedere e da esperienze infernali.
Il 26 aprile, per i suoi funerali, il mondo gli aveva reso omaggio. In una Piazza San Pietro gremita, le esequie di un pastore e non di un sovrano, come espressamente aveva chiesto lui. Anche, quella mattina, Papa Bergoglio poteva essere descritto in molti modi, ma il celebrante Giovan Battista Re aveva scelto di puntare su due aspetti molto cari a Papa Francesco: il costante richiamo alla pace ed i continui appelli alla Chiesa, e al mondo, per un fattivo impegno per i poveri, gli emarginati, gli immigrati.
Il suo lascito ideale. Certo il tema della pace non è nuovo per un Papa, così avevano fatto i predecessori, così continua a fare Papa LeoneXIV, ma gli accorati appelli di Francesco, nel solco di San Francesco d’Assisi, lo avevano messo, ancora di più in primo piano tanto da essere definito “il Papa della pace”.
Nelle sue parole, infatti, non mancava l’invito alla ragionevolezza, all’onestà trattativa, all’impegno concreto per trovare soluzioni perché la guerra è solo morte, distruzione, annullamento della dignità umana, dolore e tragica sconfitta per tutti.
Un mirabile tessitore, Papa Bergoglio, di vita santa, di spiritualità, di umanità e di fraternità. Con il suo stile umile comunicava la bellezza e la gioia di conoscere Gesù, Salvatore delle genti. Ha denunciato l’idolatria del denaro, del potere, del successo, dello sterile protagonismo. False luci che rendono ciechi occhi e cuore perché la verità non urla, ma resiste e vince.
“La pace – diceva Papa Francesco – non si conquista con alleanze di potere, di forza, bensì con la giustizia sociale, con il lavoro onesto, con il rispetto e la cura del pianeta (Laudato si’ – 2015) che ci ospita e che il Cristianesimo è difesa della fragilità. Compito della Chiesa è quello di stare nel mondo, in mezzo agli uomini”.
Eppoi l’ultimo viaggio, fra la folla “degli ultimi”, a Santa Maria Maggiore, ove era solito sostare in preghiera davanti la “Salus populi romani”, mentre nei cuori riecheggiava il suo monito “Pace costruendo ponti, non innalzando muri…”.
Un monito più urgente che mai. Per ciascuno di noi. Per l’intero Universo.
Ivana Fornesi



