La vita nuova della Pasqua

GLI AUGURI DI PASQUA DEL VESCOVO

Sieger Koder, Maddalena al sepolcro di Gesù, Chiesa di Nostra Signora dei dolori a Rosenberg, Germania
Sieger Koder, Maddalena al sepolcro di Gesù, Chiesa di Nostra Signora dei dolori a Rosenberg, Germania

Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino…Hanno portato via il Signore dal sepolcro… Maria piangeva. …Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. E poi le disse “Maria!”. Ella si voltò e con affetto gli disse in ebraico: “Rabbunì!” Maestro mio… Negli spazi tra le tombe, sono sbocciati fiori rossi, il cielo trascolora dal buio alla luce, si annuncia un nuovo giorno. Siamo in un cimitero, ma il vangelo lo chiama giardino. Maria di Magdala riconosce la voce dell’Amato che si è reso presente nel suo dolore. Le lacrime di disperazione divengono lacrime di consolazione e di speranza.

Mons. Mario Vaccari

“Voi siete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia – dirà Gesù ai discepoli durante l’Ultima Cena come suo testamento (Gv, 16,20-22) – “vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia”. Nel testo del Vangelo di Giovanni, il passaggio della Pasqua dalla croce alla gloria, dall’afflizione alla gioia viene spiegato dal passaggio dalle doglie del parto alla nascita di un nuovo essere umano. “Pesach” significa proprio passaggio di liberazione, uscita dall’Egitto come simbolo di ogni condizione di schiavitù e di oppressione. È la festa di chi desidera passare, di chi vuole uscire dalla tristezza in uno slancio verso una nuova esperienza di pienezza. Il Venerdì e il Sabato Santo rappresentano il passaggio oscuro del parto, dopo l’attesa del tempo quaresimale: il momento della paura assoluta della perdita, prima che dalla luce del Risorto ci si lasci colpire, sempre in modo inatteso ed imprevedibile!

Il discorso di Gesù anticipa una gioia che i discepoli non possono ancora comprendere, e forse nemmeno sperare. Le parole di Gesù, il suo testamento, sono proprio quelle che riconoscono il dolore, senza tuttavia lasciargli l’ultima parola: sono le parole che tolgono al dolore e alla morte il diritto di sigillare la storia, che svuotano l’assolutezza del loro potere. Gesù risorto chiama ciascuno di noi per nome, quel nome che indica la persona amata singolarmente; il nostro Maestro ci chiama per nome. Il dolore e la morte perdono la loro pretesa totalitaria, che occupa tutto lo spazio, per far passare la potenza di una gioia che nessuno può trattenere. Il testamento che Gesù ci consegna è una parola che rende inoperosa la tristezza, mostrando che non è la fine del mondo, ma al contrario, il principio di tutto, come le doglie del parto.

† Mario Vaccari