Il gelso, quell’albero dimenticato un tempo così diffuso anche in Lunigiana

Nel paesaggio anche gli alberi hanno un loro mutevole destino: il castagno ha soppiantato la quercia e ora è a sua volta in declino. Nell’ottocento il territorio ha visto l’impianto di coltivazioni di gelsi per alimentare i bachi da seta, ma oggi sopravvive solo qualche raro esemplare

Di un albero voglio parlarvi: il gelso, (Morus alba L.) un albero un tempo ricercato per le sue tante qualità e oggi quasi scomparso nel nostro paesaggio che, lasciatemi dire, è un grande inganno. Se c’è una cosa che inganna, infatti, è il paesaggio lunigianese con quella Val di Magra che, vista dall’alto, è tutta una distesa di verde, dai monti fino al fondovalle.
Ma tu che la conosci, la nostra valle, sai che quel verde nasconde ovunque terrazzamenti abbandonati, pascoli invasi da un fitto bosco che in alto ha divorato, solo per fare un esempio, decine e decine di capanne che furono ricchezza della gente di Guinadi e dintorni.
Nel paesaggio anche gli alberi hanno un loro mutevole destino, a partire dal castagno, che ancora lo caratterizza, almeno a partire dal 1200, quando si cominciò a coltivarlo intensamente. Fu allora che spodestò la quercia che dominava il nostro paesaggio; lui apparve coltivato già nei secoli V-VI: ne hanno trovate le prove scavando nei resti della fattoria romana di Sorano a Filattiera, una tra le più antiche attestazioni d’Italia.

Il frutto del gelso

Tra i carboni del legname utilizzati per fondere le campane di San Caprasio si scopre che fino alle soglie del 1200 il 50% è castagno, ma da quel periodo in poi se ne utilizzò sempre meno, proprio perché lo si coltivò come pianta alimentare.
Ed oggi è lui che, oltre ad essere minacciato dall’abbandono, lo è anche un po’ anche dall’infida acacia che dalle scarpate della ferrovia, dove faceva opera di contenimento, è sfuggita e la si vede far capolino in lontananza con chiazze bianche tra il verde dei castagneti.
Ma è del gelso che voglio parlarvi, perché ho nostalgia della vecchia pianta che c’era a casa mia e produceva more dolciastre che non mi dispiacevano e, oltretutto, faceva una bella ombra. Ma Tullio, il proprietario, un bel giorno lo tagliò.
La nostra gente, abituata da sempre ad emigrare stagionalmente, tra i tanti lavori, oltre a vendere, chincaglie, pietre per affilare falci e, più tardi, libri, prima ancora andava a “pelare la foglia di gelso” e la fonte dell’informazione è autorevole.
Francesco IV, duca di Modena, nel 1826, in visita ad Aulla, nelle sue memorie lasciò scritto che “In certe stagioni gli abitanti emigrano per andare a lavorare più nel Mantovano e nel Veronese alle foglie dei gelsi e alle risaie”. Del resto sappiamo che il marchese di Terrarossa, Fabrizio Malaspina (1556-1621), nel costruire il suo nuovo castello, predispose ampi spazi destinati all’allevamento del baco da seta, come ci ricorda Eugenio Branchi nella sua Storia della Lunigiana Feudale: “…il marchese Fabrizio si diè somma premura nel far coltivare i propri terreni con dissodamenti e piantagioni utilissime, fra le quali merita special menzione quella dei gelsi, fonte grande di ricchezza serica, al cui scopo per quanto sembra fece costruire vaste sale che tuttora si veggiono nel palazzo o castello che dai fondamenti eresse in Terrarossa…”.

Bachi da seta tra le foglie di gelso

Nella prima metà dell’ottocento la coltivazione dei gelsi appariva un buon investimento, stando a quanto nel 1835 scriveva Michele Angeli nel suo Aronte Lunense, auspicando per Fivizzano la messa a dimora di gelsi: “un altro oggetto oggi assai scarso, ma che potrebbe venire di gran conseguenza per tutto il Fivizzanese, sarebbe la coltivazione dei Mori o Gelsi”. In una nota ricordava che molti vivai erano stati impiantati “queste piante pure in oggi sono in aumento, essendone stati fatti molti vivai, fra i quali ve n’è uno a Bigliolo, degno d’esser veduto. Speriamo che anche questa coltivazione vada crescendo al riflesso soltanto che quest’albero al presente, tranne l’ulivo, è quello che ci rende maggiore utilità”.
Nella seconda metà dell’ottocento erano attive due filande per la seta a Fivizzano e una a Pontremoli; nel 1880 ad Aulla si istituì un mercato dei bozzoli da seta dove convenivano le allevatrici che tenevano le uova una quindicina di giorni in seno, avvolte in un sacchetto di lana e poi alimentavano i bachi con le foglie di gelso, che salivano al bosco.
Non era un modo di dire a caso, il salire al bosco, ma la descrizione di ciò che le larve fanno quando iniziano a produrre il bozzolo: cercano un posto più in alto del luogo dove hanno mangiato la foglia e lì, in una piccola boscaglia di rametti, costruiscono la rete di filo di seta che consentirà loro di chiudersi nel bozzolo.
Nel corso del novecento l’allevamento del baco da seta scomparve progressivamente: probabilmente non furono estranee a questo abbandono la mancata innovazione nella tecnica di allevamento, la mancanza di spazi idonei, la diminuita disponibilità di manodopera negli anni della prima guerra mondiale.
Non va dimenticato che l’allevamento dei bachi, divoratori di enormi quantità di foglie, imponeva un’assistenza giorno e notte per fornire foglie sane e ben asciutte. La decadenza della bachicoltura ha fatto progressivamente scomparire dal paesaggio lunigianese il gelso: solo qualche raro esemplare sopravvive, relitto vivente di un’attività economica il cui ricordo è affidato alle carte di archivio.
Di recente ne ho rivisto due piante vicino al laghetto di pesca sportiva di Groppoli e mi chiedo se non valga la pena di raccontare lì la storia di questa pianta e di cosa abbia rappresentato per la gente e l’economia di Lunigiana.

Riccardo Boggi