Ad un anno dalla scomparsa. Docente universitario, cattolico impegnato in politica, uomo di cultura

Ricorre l’11 febbraio il primo anniversario della scomparsa di Antonio Bellotti (1921-2025), significativo rappresentante della “diaspora” pontremolese a Parma. Nipote di Antonio, fondatore nel 1883 del caffè Bellotti di Piazza della Repubblica e figlio di Giovanni, poeta dialettale a cui Pontremoli ha pure dedicato una via, Antonio Bellotti nacque a Pontremoli quando il padre già da tempo si era trasferito a Parma per motivi professionali.
È nella città emiliana che si concretizza il suo impegno scientifico, civile ed ecclesiale. Il primo si esprime nella docenza accademica in chimica farmaceutica.
Entrato nell’Università di Parma come assistente nel 1947, si congedò dalla ricerca e dalla docenza nel 1996; professore ordinario dal 1978, già direttore dell’Istituto policattedra di Chimica farmaceutica e tossicologica dal 1976, Bellotti è guida di generazioni di universitari, tra i quali non pochi lunigianesi. Sommando all’esperienza accademica gli anni degli studi universitari, intrapresi durante la guerra tra lavori per mantenersi gli studi e i disagi e i timori del servizio sotto le armi, si congedò dall’Ateneo parmense dopo 56 anni.
L’impegno ecclesiale nacque tra le file dell’Azione Cattolica, in cui iniziò a militare giovanissimo, fino a diventare presidente diocesano della Gioventù Italiana (Giac) nel 1949, durante l’episcopato di Mons. Evasio Colli. Il discernimento maturato nel corso del servizio associativo lo portò, al termine del mandato, ad impegnarsi attivamente nella DC parmense.
Corrado Truffelli, anch’egli docente universitario e amico di una vita trascorsa assieme tra impegno ecclesiale e politico, commemorandolo lo scorso giugno nel corso della Seduta scientifica della Sezione di Pontremoli della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi, tratteggiò di lui il ritratto di un uomo «alieno da protagonismi, tanto da apparire, sulle prime, schivo, quasi burbero, per rivelarsi, poi, sereno, ironico, penetrante, informato».
Rievocando quella lunga militanza, lo stesso Bellotti, in un volume edito dal Circolo il Borgo e dal Circolo Micheli di Parma (“Il cammino della democrazia: rappresentanti parmensi nelle Istituzioni dal 1848 al 2006”, curato da Luciano Verderi) ricordò quelle esperienze rievocando la severità dell’impegno rivolto a promuovere, nell’immediato dopoguerra, la partecipazione alla vita democratica e a orientare il voto anche delle popolazioni dei più sperduti villaggi montani della provincia, ma anche la durezza del confronto politico nell’Oltretorrente «rosso» in cui ha sempre vissuto collaborando attivamente con la parrocchia di San Giuseppe.
Sessant’anni dopo rivendicava ancora le ragioni di quell’impegno fondato sulla fede e orientato a «costruire una società umana tesa al bene comune, ispirata ai princìpi di dignità umana, di pace, di giustizia sociale, di costruttiva convivenza».
Grande appassionato di montagna, nella val di Fassa che ogni estate è stata meta di scalate ed escursioni fino ad età avanzata ha più volte promosso esperienze comunitarie della parrocchia in cui oggi è ricordato come punto di riferimento per diverse generazioni di fedeli. Ad un anno dalla sua scomparsa, una biografia del professor Bellotti, per quanto essenziale, non può eludere il suo legame con Pontremoli, in cui puntualmente ha fatto ritorno per tutta la sua lunga esistenza, che proprio lì si è conclusa.
Al paese delle sue radici e della sua moglie ha donato negli anni ‘90 la pubblicazione di uno scritto postumo del padre Giovanni, “Il caffè di mio padre”. Ma non solo: è stato membro attivo del Consolato Pontremolese a Parma, fondato dal padre nel 1954 e che lo ha visto ultimo presidente dopo decenni di collaborazione con la storica animatrice del sodalizio Boera Pinotti e socio della Deputazione di Storia Patria per le Province Parmensi.
Parma, Pontremoli, la docenza, l’impegno ecclesiale e civile: ambiti che il già citato Truffelli, ha sintetizzato in una parola: fedeltà; «mai esibita, ma fortemente vissuta e custodita».
(Davide Tondani)



