Il diciottenne ucciso nell’Istituto “Chiodo”. Il fatto svela il clima inquinato dal connubio mediatico -politico teso a lucrare sulla tragedia. Sullo sfondo la sicurezza, l’immigrazione, ma anche l’assenza di politiche educative

Un omicidio, di un ragazzo, all’interno di una scuola: è la prima volta che accade in Italia, una tragedia accaduta sul nostro territorio, alla Spezia, in un istituto professionale, il “Domenico Chiodo”, che ha sempre contato nelle sue aule e nelle sue officine tanti lunigianesi e che ancora adesso attira molti giovani studenti dei nostri comuni.
L’omicidio di Youssef Abanou, diciottenne di origine egiziana con cittadinanza italiana, ad opera di Zouhair Atif, per motivi legati a foto della fidanzata di quest’ultimo, è cronaca locale ma è anche cronaca nazionale.
Tanti gli spunti emersi da questa tragedia. Il sindaco della Spezia, Pierluigi Peracchini, ha parlato in diretta tv nazionale di “etnie con il coltello facile”, dimenticando che solo a Spezia, negli ultimi 15 anni, si sono registrati 6 casi di delitti all’arma bianca: gli aggressori erano tutti italiani, del comprensorio nella maggioranza dei casi.
Ma l’episodio era troppo invitante per non essere strumentalizzato politicamente. Peracchini stesso, sindaco di Spezia dal 2017 nelle file del centrodestra dopo una carriera come sindacalista della Cisl, in un’intervista al quotidiano Libero per spiegare meglio le sue parole pronunciate in diretta tv, ha rilanciato parlando di “sinistra razzista” e “diseducativa” per come ha reagito alle sue parole.

In ballo c’è l’argomento centrale nel dibattito politico contemporaneo, sapientemente veicolato da tv e giornali che da anni costruiscono quotidianamente un clima di angoscia e di paura che fa perdere di vista tutti gli altri temi della vita pubblica: la sicurezza, indissolubilmente legata all’immigrazione.
L’informazione ha contribuito a scaldare ancora di più gli animi. A fronte ad una istituzione scolastica chiusa in un silenzio di dolore e di smarrimento, ma anche necessario per agevolare il corso della giustizia, telecamere e taccuini hanno già svolto il loro processo, documentato da informazioni carpite nelle strade adiacenti l’Istituto senza farsi troppi scrupoli deontologici.

Si parla di temi scritti, di colloqui con insegnanti, di precedenti disciplinari addebitati ad Atif senza alcuna controverifica e che, al di là della veridicità (in molti casi dubbia), hanno già individuato il colpevole ultimo della tragedia: la scuola.
L’assassinio è per giunta arrivato mentre in Parlamento è stato presentato l’ennesimo decreto sicurezza del governo Meloni, dopo i decreti Rave, Cutro, Caivano e Sicurezza I: all’approvazione delle Camere nuovi reati, repressione delle manifestazioni di dissenso, ma nessuna politica e nessun investimento in educazione, senza le quali le pene servono a nulla.
Il fatto che sin dai tempi del Ministro Maroni si susseguano ciclicamente “pacchetti sicurezza” e “allarmi sicurezza” evidenzia l’inutilità dell’approccio securitario senza politiche sociali ed educative che coinvolgano non solo la scuola – oramai considerata l’unica agenzia educativa del Paese e come tale caricata di ogni mansione e ogni responsabilità – ma l’intera società, i corpi intermedi, le famiglie, le istituzioni.

I metal detector nelle scuole promessi dal Ministro Valditara, in assenza di politiche educative e sociali serviranno solo a spostare i problemi di qualche decina di metri.
Il clima costruito dal circo mediatico-politico ha partorito in poche ore le prime conseguenze: muri della scuola imbrattati con scritte che accusano insegnanti dell’istituto professionale unanimemente stimati per il loro impegno educativo e didattico, manifestazioni in favore di telecamere dei parenti della vittima – una famiglia integrata e ben inserita nel tessuto produttivo e politico spezzino – con dichiarazioni incendiarie contro la scuola e richieste minacciose di “giustizia immediata”, cortei studenteschi nati per commemorare e terminati con cori di odio.
In questo clima inquinato pretendere giustizia, non vendetta ed educazione, non solo repressione, appare impossibile.
Povero Youssef, ucciso e divenuto strumento per cinici interessi di audience e di consenso politico.



