Questa volta la violenza giovanile ha bussato alle nostre porte confermando che siamo di fronte ad un fenomeno che non risparmia distanze, contesti e ceti sociali provocando smarrimento, rabbia, dolore, confusione. Spronando, nel contempo, ogni adulto a seri interrogativi non senza chiari e sinceri “esami di coscienza”.
Ce lo siamo detti spesso, adagiandoci su soluzioni semplificatorie ed illudendoci che lo tsunami passasse da solo.
Siamo immersi in un clima che presenta profonde contraddizioni; una matassa aggrovigliata di rissosità, arrivismo, verbale violenza gratuita che travolge. In tale turbinio sembra quasi ci sia nell’aria il senso “dell’inevitabile” accompagnato dalla corrente di sfiducia e attendismo che rasenta l’indifferenza facendoci assorbire anche ciò che non può essere assorbito, perché confliggente con il senso dell’umano e delle dovute responsabilità in base al ruolo svolto.

La morte di Youssef Abanou, nella primavera dei suoi 19 anni per mano di un coetaneo, apre, ancora una volta, il sipario sul “pianeta giovani” dove tanti si distinguono per le numerose doti, ma dove, purtroppo, permangono ed aumentano ombre, talmente fitte, da offuscare occhi, mente e cuore.
Giovani sempre più soli in un mondo virtuale che si contrappone al reale che ignorano – perché non allenati da chi di dovere – gli ostacoli, la fatica di un impegno, il valore del sacrificio, il dominio delle emozioni, il calore dell’empatia…
E, quando il dolore irrompe, imprevisto ed incomprensibile, non sanno affrontarlo, incapaci di collocarlo in una prospettiva esistenziale, di inserirlo in un itinerario di crescita e di evoluzione.

Così quando la sofferenza arriva, per gelosia di una foto postata o di un video che scorre sui social, la giustiziano usando ogni mezzo per cancellarla. E si va a scuola, tempio della legalità e della “sacralità” degli studenti, armati di coltello, “eroi” del nulla. Ma, dietro il dramma, c’è un tema più ampio: il significato e il valore della vita. Dilaga la normalizzazione della violenza, l’incapacità di gestire relazioni affettive e contrasti. Urge un cambio di rotta, lungi dal “gettare la spugna” stando alla finestra nell’attesa “dell’attesa”. Ciascuno di noi faccia la propria parte, con coscienza, resilienza e speranza perché la dimensione del futuro ha il volto del cambiamento.
I ragazzi non hanno bisogno di troppe cose materiali, bensì delle cose essenziali che non si comprano perché si donano: amore, comprensione, dialogo, ascolto, sostegno, sviluppo dell’interiorità, sfera della spiritualità compresa, autorevolezza, scontri costruttivi, “no” che fanno crescere… guidandoli a responsabilità, salite, sconfitte.
Come? Con l’esempio. Accompagnandoli e testimoniando loro il valore, la bellezza, il dono della vita. Di ogni vita. Forse non basterà. Ma guai a non provarci.
Ivana Fornesi



