Il giubileo finisce ma la speranza  prosegue
Papa Leone XIV celebra la Santa Messa dell’Epifania (Foto Vatican Media/SIR)

Il giubileo della speranza, venticinquesimo Anno Santo ordinario della Chiesa Cattolica, è concluso. Un giubileo segnato da un passaggio storico inatteso: l’elezione di un nuovo Pontefice durante l’Anno Santo, a ricordare che la Chiesa attraversa la storia lasciandosi continuamente sorprendere dallo Spirito. Concluso il tempo delle celebrazioni, si apre ora quello del discernimento.
Dal punto di vista culturale e sociale il giubileo è stato una grande occasione ma anche una sfida non sempre colta fino in fondo. Superare la logica del “si è sempre fatto così” era ed è una necessità: accanto a esperienze creative e coraggiose non sono mancate proposte più ripiegate su modelli consolidati, poco capaci di intercettare le domande del presente.
La speranza non è uno slogan, ma una responsabilità che chiede lucidità, autocritica e capacità di osare.

Vaticano, 6 gennaio 2026: Papa Leone XIV chiude la Porta Santa della basilica di San Pietro concludendo il Giubileo 2025. (Foto Vatican Media/SIR)

Questo giubileo è stato il primo grande evento ecclesiale e globale dopo gli anni del lockdown e della pandemia. Ritrovarsi, camminare insieme, pregare fianco a fianco ha significato per molti ricucire relazioni e riscoprire la forza della presenza. I giovani, protagonisti di giornate intense e partecipate, restano una delle domande più urgenti lasciate in eredità dall’Anno Santo.
Dopo i grandi eventi, la prova vera è quella del quotidiano perché continuino a essere “luce del mondo” senza ridurre la fede a un’emozione passeggera. La Chiesa è chiamata ad accompagnarli non solo nei momenti visibili ma soprattutto nella normalità delle scelte, dello studio, del lavoro.
Il giubileo ha coinvolto molte categorie di persone: volontari, forze dell’ordine, operatori pastorali, lavoratori di servizi pubblici… Questa collaborazione resta uno dei frutti più preziosi, soprattutto se saprà tradursi in un impegno stabile per nutrire la pace in modo “disarmato e disarmante”, come ha chiesto il Papa fin dal suo primo discorso. Anche le opere materiali, trasporti potenziati, restauri, interventi infrastrutturali, raccontano un giubileo concreto.

Foto Vatican Media/SIR

Alcuni lavori sono arrivati in tempo, altri meno. Tutti però pongono una domanda chiara: questi servizi non devono finire con la chiusura della Porta Santa ma essere migliorati e resi stabili perché la cura del “bene comune” non può dipendere solo dall’urgenza di un evento. Sul piano spirituale milioni di pellegrini hanno attraversato le Porte Sante di Roma e i luoghi giubilari del mondo.
Un popolo in cammino che ha cercato perdono e consolazione. In alcune chiese locali si sarebbe potuto fare di più: promuovere maggiormente i pellegrinaggi alle chiese giubilari, individuali e comunitari, e offrire occasioni per il sacramento della riconciliazione. Una pratica che non può essere confinata all’Anno Santo ma continuare anche ora, perché la misericordia non conosce scadenze.
È stato inoltre il primo giubileo vissuto nell’era dei social. Onori e oneri: la possibilità di raggiungere lontani e fragili ma anche il rischio di sostituire la presenza. Il web non può prendere il posto della realtà e un follower non migliora il mondo né la condizione dell’uomo.

Foto Vatican Media/SIR

C’è stata poi particolare attenzione per i poveri. Le iniziative loro dedicate e le strutture aperte sono stati segni concreti di Vangelo ma non possono diventare strumenti di sponsorizzazione legati a un evento. La carità non è un’operazione d’immagine: o continua nel tempo, o tradisce sé stessa.
I poveri non sono un tema ma una presenza che interpella ogni giorno la Chiesa. Un pensiero va infine agli anziani e agli ammalati, che hanno vissuto spesso un giubileo segnato dalla fragilità. La loro presenza ricorda che la speranza si misura anche con la capacità di includere e accompagnare.
Ora anche l’ultima porta santa è chiusa. Resterà tale fino al prossimo giubileo, che si annuncia per il 2033, nel segno dei duemila anni della Redenzione. E per allora, più scomoda che mai, risuona la domanda del Vangelo: “Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora la fede sulla terra?”.
A questa domanda si affianca un’espressione tanto antica quanto attuale: etsi Christus non daretur, come se Cristo non ci fosse. È questo il rischio: fare molte cose, anche buone, parlare di valori, moltiplicare iniziative, ma vivere come se Cristo fosse marginale e non decisivo.
Il giubileo della speranza ci lascia invece una consegna esigente: rimettere Cristo al centro della vita, delle comunità, delle scelte personali e sociali. Perché senza di Lui la speranza diventa ottimismo fragile, la pace una tregua provvisoria, la carità assente, la fede tradizione culturale.
Il giubileo finisce ma la speranza prosegue: come una fiamma affidata al vento della storia e chiamata a restare accesa, non etsi Christus non daretur ma proprio perché Cristo cammina con noi.

Fabio Venturini