La lignite: duecento anni di vicende minerarie in Val di Magra

A Pontebosio interessante conferenza del dott. Giuseppe Passarino per riscoprire le vicende industriali e umane legate alle miniere di lignite della piana di Luni

Il duro lavoro di scavo della lignite nelle gallerie delle miniere di Luni ancora nei primi anni Cinquanta (foto tratta dal libro “Le miniere di lignite della piana di Luni” di Giuseppe Passarino, Luna Editore)

È stata una conferenza di grande interesse quella del dott. Giuseppe Passarino nel castello di Pontebosio sulle miniere di lignite della piana di Luni. Una storia poco nota, nel territorio fra Santo Stefano Magra e Avenza, con il suo epicento nella zona a cavallo fra Fosdinovo e Castelnuovo Magra dove per due secoli si è estratto dal sottosuolo un prodotto ricercato dall’industria, poi soppiantato da combustibili d’importazione.
La scoperta di questi banchi di lignite risale alla metà del Settecento, ma l’attività estrattiva più importante si avvia sul finire dell’Ottocento per alimentare le fornaci spezzine in quella città che, con la costruzione dell’Arsenale Militare, si avviava a diventare la capitale della Marina italiana. Oggi in quel territorio poco a monte dell’Aurelia nella zona di Molicciara, è stata cancellata quasi ogni traccia.

Uno dei piazzali delle miniere di lignite nel centro di Molicciara nel 1930 (foto tratta dal libro “Le miniere di lignite della piana di Luni” di Giuseppe Passarino, Luna Editore)

Per fortuna resta la memoria, quella ricostruita con passione e pazienza dal dott. Passarino che l’ha raccolta nel bel volume “Le miniere di lignite della piana di Luni” (Luna Editore, 2005). Ma il titolo non deve trarre in inganno: il libro è sì un viaggio nelle origini del minerale, nelle tecniche di estrazione, tra i “pionieri” di questa industria, ma è anche (e forse soprattutto) un tributo a quelle donne e quegli uomini che qui hanno lavorato.
Fossero le cernitrici nei grandi piazzali dove veniva scaricata la lignite estratta dall sottosuolo, o i minatori che scendevano a decine e decine di metri nei pozzi (sette quelli principali realizzati nel tempo oltre a numerosi altri minori) e nelle gallerie che intercettavano i banchi del minerale stretto nell’argilla.
Storie di industriali arrivati dal Nord, di contadini che si trasformavano in minatori senza abbandonare i campi e i filari di vigna; storia di speranza, di solidarietà ma anche di tragedie e di delusioni.

Carro per il trasporto della lignite trainato da una coppia di buoi nel 1930(foto tratta dal libro “Le miniere di lignite della piana di Luni” di Giuseppe Passarino, Luna Editore)

Gli incidenti, non di rado mortali; e la crisi del settore, seguita alla fine della seconda guerra mondiale con la fine dell’autarchia, l’apertura ai mercati, gli accordi fra l’Italia e il Belgio (uomini in cambio di carbone), il crescente utilizzo del petrolio e dei suoi derivati che stavano iniziando a soppiantare il carbone.
Uno scenario nel quale la lignite non poteva più competere. Nel 1948 erano ancora 620 gli operai impegnati nelle miniere di Luni: troppi e quasi la metà di loro venne licenziata. Nel 1950 i minatori occupano gli impianti e tentano di evitare la chiusura organizzandosi in cooperativa per continuare il lavoro.

Cernitrici nel 1940 (foto tratta dal libro “Le miniere di lignite della piana di Luni” di Giuseppe Passarino, Luna Editore)

Ma le difficoltà sono crescenti e alla fine del 1952 la situazione precipita; poche settimane dopo, il 24 gennaio 1953, una grande manifestazione vede centinaia di persone riunite nell’area del Pozzo n. 5. Ventuno operai si calano nelle gallerie decisi a lavorare fino alla revoca del provvedimento di sospensione dell’attività estrattiva decretata due mesi prima.
Quell’eroico gruppo di lavoratori impegnati in un’azione estrema diviene noto come i “Sepolti vivi di Luni”.

Lavoratori nelle miniere di Luni nel 1930 (foto tratta dal libro “Le miniere di lignite della piana di Luni” di Giuseppe Passarino, Luna Editore)

Sempre in contatto con i compagni e i familiari all’esterno, sono protagonisti di una vicenda dalla risonanza nazionale, con vasta eco nelle cronache, che tuttavia non sortisce l’effetto sperato.
La fine arriva quando, dopo varie diffide delle autorità, al cantiere viene tolta l’energia elettrica e si fermano le pompe indispensabili per evitare l’allagamento del pozzo. Neppure la manifestazione del 28 gennaio, con corteo diretto a Sarzana, aveva avuto successo, repressa dalle cariche della Polizia con il lancio dei lacrimogeni.
Tutto si conclude l’11 febbraio: dopo diciotto giorni di occupazione della miniera i minatori escono dal pozzo. La storia della estrazione della lignite a Luni finisce: per molti l’unica strada possibile è quella dell’emigrazione nelle miniere del Belgio.

Paolo Bissoli