Il successo dei cortei: italiani in piazza per fermare la tragedia palestinese

Ottanta cortei e una mobilitazione popolare non si vedeva dalle manifestazioni contro la seconda guerra del Golfo della primavera 2003: l’Italia è scesa in piazza per chiedere di dare fine al genocidio palestinese.
Facendo emergere i limiti delle organizzazioni politiche del centrosinistra e della politica estera del governo

Nuseirat: Palestinesi sfollati si spostano con i loro beni durante i raid israeliani su Gaza City (Foto AFP/SIR)

Non sono un centinaio di facinorosi a Milano o qualche fisiologica tensione in alcuni dei grandi cortei a caratterizzare, come ha voluto fare credere un sistema dell’informazione quasi compatto nell’eseguire gli “spin” provenienti dagli staff della comunicazione governativa, la giornata di mobilitazione contro il genocidio a Gaza – così definito da una commissione di inchiesta Onu – di lunedì scorso.
Il fatto politico emerso dai cortei è quello di una moltitudine di italiani scesa in piazza per una causa umanitaria come non si vedeva dalle mobilitazioni contro la seconda guerra del Golfo della primavera 2003.
Le 80 manifestazioni del 22 settembre si sono aggiunte alle tante che in Italia sono state promosse in estate, rompendo l’isolamento in cui era stato confinata la tragedia palestinese da parte di un mondo politico e intellettuale che ha fatto del 7 ottobre – decontestualizzato dal prima e dal dopo, privato addirittura dell’anno, per rimarcarne il valore assoluto – il mantra che giustificava 23 mesi di sangue e criminalizzava qualsiasi voce in dissenso.
Una parte consistente della opinione pubblica italiana ha saputo però distinguere il confine tra l’inevitabile reazione israeliana all’attentato terroristico del 2023 dagli espliciti obiettivi dell’ultradestra israeliana: riprendersi tutta Gaza e Cisgiordania, espellere i palestinesi seminando sangue e terrore, accendere sette fronti di guerra figli di un suprematismo che va ben oltre il diritto alla difesa.

Confine Israele-Gaza, 18 settembre: truppe israeliane pattugliano lungo la frontiera viste dal lato israeliano (Foto ANSA/SIR)

Perché questa presa di coscienza è arrivata così in ritardo? Certamente per il clima massmediatico di cui si parlava poc’anzi, ma anche per un problema di rappresentanza politica: i cortei del 22 settembre hanno reso evidente lo scollamento tra le pavidità, gli equilibrismi, i giochi di palazzo della classe politica e i sentimenti di un’enorme fetta di opinione pubblica spaventata dalla corsa al riarmo e ciò che questa comporta, dal crescere indisturbato dell’autoritarismo dei Trump e Nethanyau che si affianca a quello di Putin, dai presagi di guerra.
Non è un caso che mentre nessun partito, tra quelli che dall’opposizione ha tardivamente chiesto di fermare la carneficina, avesse dato adesione all’iniziativa di un gruppo di sindacati di base di proclamare lo sciopero generale.
E non è un caso che due sindacati confederali su tre hanno ignorato il dramma palestinese mentre la Cgil è andata per conto proprio, il venerdì precedente, confidando nella forza del suo apparato e della sua tradizione.

Palestinesi sfollati fuggono da Gaza City verso le zone meridionali (Foto AFP/SIR)

La risposta che per tutti è arrivata lunedì è quella di un’opinione pubblica composita e de-ideologizzata e che non si è fatta problemi a scendere in piazza sotto l’egida del sindacalismo minoritario, così come nei mesi scorsi è accorsa a manifestazioni indette da Diocesi o gruppi religiosi.
In tutte le città grandi è stata anche l’adesione giovanile ai cortei. Anche questo un segno: la generazione più depoliticizzata, cresciuta in scuole da cui la politica è stata estromessa, non ha esitato a fare sentire la sua voce di fronte ad un dramma umanitario che non li ha lasciati indifferenti.
Il convergere su specifici obiettivi morali o umanitari di persone e gruppi con provenienze diverse è il segno del venire meno degli steccati ideologici e delle appartenenze del secolo scorso: le organizzazioni politiche dovranno fare i conti con questa realtà, peraltro non nuova, per conquistare o riconquistare un consenso che ormai da tempo non è più scontato.

A Gaza la distruzione causata dai bombardamenti israeliani sul territorio palestinese assediato (Foto AFP/SIR)

Se queste considerazioni attorno alle manifestazioni pro Palestina di lunedì valgono soprattutto per il mondo del centrosinistra, la decisa presa di posizione popolare non lascia tranquilli nemmeno i partiti della maggioranza, incapaci di dare risposte che vadano oltre i goffi tentativi di criminalizzare un intero movimento di opinione e di continuare la campagna trumpiana che addita l’opposizione come fomentatrice d’odio, magari all’indomani del non proprio ecumenico raduno di Pontida.
Il leader di Forza Italia, Tajani, nel dichiarare che “così non si aiuta la causa palestinese” ha esposto il fianco a chi gli ricorda che non è chiaro il modo in cui intende aiutarla lui, che è pure Ministro degli Esteri.
La presidente del Consiglio Meloni sull’aereo che la portava a New York, all’assemblea dell’Onu – a margine del quale Gran Bretagna, Francia e altri Paesi hanno formalmente riconosciuto lo stato palestinese – si è dichiarata “non contraria a un riconoscimento della Palestina”, ma arrampicandosi su motivazioni fumose (“concentrarsi sulla costruzione diplomatica”, “la ricostituzione delle condizioni necessarie per l’esistenza di uno Stato”) e incapaci di coprire la realtà dei fatti: il governo italiano sul piano internazionale non si scosta di un millimetro da quello che fa Trump.

(Davide Tondani)