Sofferenza e malattia sono porte di  luce e di speranza

A Massa, il vescovo Mario ha celebrato il Giubileo diocesano degli ammalati e dei disabili

Una testimonianza in San Sebastiano a Massa

È un messaggio forte quello uscito dal Giubileo diocesano degli ammalati e delle persone con disabilità, celebrato domenica 7 settembre a Massa. Nella chiesa di san Sebastiano infatti si sono anche radunati ammalati e diversamente abili per vivere un’esperienza fatta di accoglienza, misericordia e di quella libertà promessa ai discepoli del Signore Gesù.
Il vescovo Mario ha sottolineato la specificità dell’iniziativa, per cui è stato disposto che san Sebastiano fosse “chiesa giubilare” per permettere a tutti di vivere una esperienza completa del Giubileo.
L’incontro, coordinato dal diacono Pierantonio Furfori, responsabile della pastorale della salute, ha visto gli interventi di don Vincenzo Barbante, presidente nazionale della Fondazione Don Gnocchi che ha sottolineato come la cura non possa ridursi a una semplice prestazione: “La prima forma di assistenza è entrare in rapporto con le persone. È la sfida più grande del nostro tempo. Troppo spesso la salute viene vista come un problema di risorse ed economia: invece è una condizione dell’uomo. Lo abbiamo sperimentato con la pandemia, quando tutti siamo diventati fragili”.
Secondo il sacerdote, “fragilità non significa debolezza, ma possibilità di valorizzare la vita. Accoglienza, ascolto e condivisione sono parole chiave. Non bisogna considerare le persone con disabilità come oggetti di cura, ma come protagonisti. La malattia non esaurisce la loro identità”.

Il Vescovo e i sacerdoti in San Sebastiano a Massa per la celebrazione del Giubileo degli Ammalati e Disabili

Don Fabio Marella, assistente spirituale dell’Ospedale Meyer di Firenze, ha auspicato un coordinamento tra le numerose realtà che si occupano di malattia e disabilità.
Suor Veronica Donatello, responsabile del Servizio Nazionale per la pastorale delle persone con disabilità ha sottollineato che “il grande desiderio è accompagnare le persone a comprendere che la Chiesa e le stesse persone con disabilità stanno maturando una consapevolezza diversa. Si tratta di passare da un approccio che guarda al limite a uno che lavora sui pregiudizi e sulle posture nuove”.
Quindi superare il pregiudizio religioso riconoscendo la vita spirituale di ogni persona con disabilità, costruire progetti di vita che accompagnino le diverse età e abbandonare l’assistenzialismo, infine imparare a fare rete nel territorio. “Le famiglie – ha aggiunto – non chiedono solo sostegni economici ma una filiera di transizione nelle varie fasi della vita. Come ha detto papa Francesco, la sfida è che non ci siano più gli altri, ma soltanto il noi, dove l’altro non è solo incluso, ma appartiene”.
Toccanti e profonde le testimonianze; la signora Piera, 84 anni di Fivizzano, ha riportato la sua storia condividendo con i presenti la sua esperienza di malattia, ritrovandosi tetraplegica, che ha vissuto assieme alla sua famiglia. Manuela invece ha raccontato la vicenda della figlia Elsa, affetta da grave disabilità fin dalla nascita, con poche speranze di vita, ma presente anche lei nella chiesa di san Sebastiano.
Storie diverse, ma accomunate dal “grido” di aiuto rivolto a Dio, che non ha fatto mancare il suo sostegno anche nelle situazioni più drammatiche.
Fra Mario ha auspicato che le comunità cristiane siano ispirate dall’accoglienza verso gli ultimi e i diversamente abili, affinchè vengano messi al primo posto, secondo logica del Vangelo.

(df)