Un saggio sull’incidenza della pandemia nelle trincee. I casi di Carrara, Pontremoli e Zeri

Il 4 novembre, Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, ricorda ogni anno la fine della Prima Guerra Mondiale decretata dall’entrata in vigore dell’Armistizio firmato il 3 novembre 1918 fra l’Italia e l’Impero austro-ungarico a Padova, nei locali di Villa Giusti, sede del comando dell’esercito italiano.
Quest’anno la ricorrenza ci offre l’opportunità di parlare di alcuni contenuti del libro “La Spagnola in Toscana. Saggi sulla pandemia influenzale del 1918-1920” (Viella, 2024), che raccoglie le relazioni presentate al convegno che si era svolto a Firenze nel febbraio del 2023 promosso dalla rete degli Istituti Storici della Resistenza e dell’Età Contemporanea della Toscana.
Il volume propone, tra gli altri, un saggio di notevole significato e che riguarda il nostro comprensorio provinciale: “Una guerra nella guerra: le vittime militari dell’influenza spagnola nei Comuni di Carrara, Pontremoli e Zeri” proposto dall’amm. Enzo Menconi in rappresentanza dell’Istituto Storico della Resistenza Apuana.
Un intervento che scaturisce dai risultati delle lunghe ricerche compiute nel recente passato dallo stesso in collaborazione con altri ricercatori del territorio sui fogli matricolari relativi ai Caduti nella Grande Guerra dei tre Comuni citati integrati da quanto possibile conoscere attraverso lapidi, cippi e monumenti.
A distanza di oltre un secolo dall’insorgere della pandemia di influenza spagnola i dati relativi al numero delle persone contagiate e delle vittime emergono in tutta la loro ormai definitiva incertezza, anche se ricerche recenti hanno fatto un po’ di luce nuova su una vicenda che ha segnato il periodo a cavallo fra il secondo e il terzo decennio del XX secolo.
L’Italia, fra i paesi europei, è stato quello che in percentuale ha pagato il prezzo più alto: i decessi causati dal virus sarebbero stati 466.000 su una popolazione di 37 milioni di abitanti e la fascia di età più colpita fu quella tra i 20 e i 40 anni, privando così il nostro Paese di una percentuale importante di giovani.

Perdita che si andava in buona parte ad aggiungere a quella causata dalle morti in guerra. E una delle cause della diffusione capillare della pandemia fu proprio il primo conflitto mondiale, che in tutta Europa aveva determinato grandi spostamenti di massa di milioni di giovani uomini da e per il fronte, in una situazione di precaria condizione igienico-sanitaria e di crisi economica. La mancanza di adeguate misure di contrasto, prima fra tutte l’assenza di farmaci specifici, fece il resto. Nel suo saggio “Una guerra nella guerra”, Enzo Menconi porta alla luce un dato significativo: nei fogli matricolari dei caduti di Carrara, Pontremoli e Zeri emerge che un numero importante di decessi registrati a partire dalla primavera del 1918 non fu causato sul campo dagli scontri a fuoco o negli ospedali da ferite patite in battaglia, bensì da quella patologia sconosciuta che veniva definita in vario modo: “febbre da influenza”, “polmonite da influenza”, “febbre influenzale”.
Oggi sappiamo che quell’influenza altro non era che la “Spagnola”: una malattia che, all’improvviso, provocò il ricovero nelle infermerie e negli ospedali di decine di migliaia di soldati di tutti i Paesi coinvolti, con grandi condizionamenti anche per l’operatività degli schieramenti e la messa in atto delle strategie.
Ma soprattutto una patologia che, spesso, nel breve volgere di pochi giorni uccideva i soggetti colpiti: giovani senza alcun problema che si ammalavano improvvisamente.
In Italia il picco della malattia si registrò fra l’estate e l’autunno dell’ultimo anno del conflitto: una situazione di emergenza che investì un servizio sanitario militare già provato da tre anni di guerra con scarsità di personale medico e infermieristico nonché di mezzi e infrastrutture.
Tra i medici che fin dai primi mesi del conflitto cercarono di dare una soluzione al problema si distinse, come ricorda Menconi, un sarzanese, il dott. Giuseppe Tusini (1866-1940) che ideò la creazione di una vera e propria università nelle immediate retrovie del fronte dove preparare il personale. Nacque così l’Università Castrense con corsi di medicina e chirurgia di guerra, aperta nel 1916 a San Giorgio di Nogaro (UD).
Ma per affrontare efficacemente la pandemia della “Spagnola” ci sarebbe voluto ben altro: alla fine, sempre secondo calcoli aggiornati, i decessi causati dalla pandemia tra i militari sarebbero stati circa 70.000! Carrara patì in totale la morte di 960 militari, 872 dei quali erano residenti nel Comune e 88 di altri territori; grazie all’analisi compiuta da Menconi sui certificati di morte, oggi sappiano che i decessi di ben 141 militari furono causati dalla “Spagnola” e che per alcuni degli altri 104 morti per malattia è forte il sospetto che la causa possa essere stata il virus pandemico.
Dei 363 Caduti pontremolesi almeno 39 morirono a causa della pandemia, ma altri 55 potrebbero essere morti per Spagnola non refertata; e i soldati originari di Zeri non fecero eccezione: 9 i casi certi di morte per “Spagnola”, 14 quelli tra i quali ci sono morti per così dire “sospette”.
Numeri impressionanti, drammi che si sommavano alla tragedia di una epidemia che tanti lutti provocò anche nel nostro territorio.
Paolo Bissoli



