Nella mostra “Hayez, il genio democratico” c’è anche una bella citazione di Pontremoli
Hayes "Pietro Rossi, signore di Parma, spogliato dei suoi domini dagli Scaligeri, signori di Verona, mentre è invitato nel castello di Pontremoli"
Francesco Hayez “Pietro Rossi, signore di Parma, spogliato dei suoi domini dagli Scaligeri, signori di Verona, mentre è invitato nel castello di Pontremoli”

Per chi conosce la Lunigiana, la bella mostra che Milano dedica – nelle Gallerie d’Italia in piazza della Scala – a Francesco Hayez, ritenuto il maggior interprete pittorico del Romanticismo italiano riserva una sorpresa. Si tratta del quadro che l’artista ha dipinto fra il 1818 e il 1820 dal lungo titolo eloquente: “Pietro Rossi, signore di Parma, spogliato dei suoi domini dagli Scaligeri, signori di Verona, mentre è invitato nel castello di Pontremoli, di cui stava a difensore, ad assumere il comando dell’esercito veneto, il quale doveva muoversi contro i di lui propri nemici, viene scongiurato con lagrime dalla moglie e da due figlie a non accettare l’impresa”. Pietro Rossi è personaggio del XIV secolo (1301-1337) che in anni diversi è stato podestà di Padova, signore di Parma e condottiero al servizio di Lucca, dove nel 1334 è attaccato e costretto alla fuga dagli Scaligeri; due anni dopo lo troviamo a combattere al soldo del Doge ancora contro gli Scaligeri. Il suo legame con Pontremoli risale al giugno 1335 alla fine del periodo della signoria di Parma: sconfitto e senza possibilità di reazione abbandona la città nelle mani degli Scaligeri in cambio del possesso di Pontremoli, di Fidenza, di altri castelli e di 50.000 fiorini. Ma la sua presenza tra Magra e Verde è fugace, nei giorni del viaggio per insediare la residenza a Lucca che tuttavia, nell’autunno dello stesso anno, è costretto a cedere ancora una volta agli Scaligeri per trasferirsi a Verona. Alla fine, scacciato prima da Verona e poi da Venezia, Pontremoli diventa il suo rifugio nella primavera del 1336; ma gli Scaligeri assediano il Piagnaro, il Rossi deve fuggire ancora e riparare questa volta a Firenze dove ottiene un prestito e il grado di capitano generale nella guerra che la città toscana sta combattendo proprio contro i suoi nemici di sempre. A settembre con le insegne fiorentine cavalca contro Lucca per devastarne il territorio e impegnare gli Scaligeri per far loro abbandonare l’assedio di Pontremoli. Ottiene una vittoria militare e la rinnovata fiducia dei fiorentini: riceve un nuovo comando, questa volta a Venezia, dove il doge gli consegna le insegne di capitano generale e un esercito di 3.200 cavalieri e altrettanti fanti, numeri che crescono nei mesi con molte vittorie nei campi di battaglia tra Venezia, Padova e Treviso. La campagna in terra veneta continua fino all’estate successiva: il 6 agosto 1337, mentre assedia Monselice, viene ferito da un colpo di lancia; trasportato a Padova, muore due giorni dopo: è sepolto nella cappella di San Felice all’interno della Basilica di Sant’Antonio. Il curatore della mostra, Fernando Mazzocca, ricorda come il dipinto hayeziano, rimasto invenduto a Venezia, divenne subito a Milano oggetto di contesa tra i collezionisti. La commozione di una storia italiana consumata negli animi dei protagonisti catturarono giornali e pubblico. L’evidentissimo calco con cui la figura femminile in piedi scioglieva in sé la commozione marmorea dell’Italia piangente nella tomba alfieriana di Canova, caricava il dipinto di un segnale politico subito colto in una Milano scossa dalle prime contestazioni patriottiche.

Paolo Bissoli