6 aprile 1924: la legge elettorale approvata nel novembre precedente portò il fascismo al potere col privilegio del premio di maggioranza

Le tensioni politiche erano molto forti anche un secolo fa: il 6 aprile 1924 si fecero le elezioni politiche con la nuova legge elettorale n. 2444 del 18 novembre 1923, detta legge Acerbo dal sottosegretario alla presidenza del governo Mussolini che curò la redazione.
Per la prima volta fu introdotto il privilegio politico di 2/3 di voti, assegnati come premio al partito più votato purché avesse superato il 25% di consensi dell’elettorato maschile (le donne non avevano diritto di voto).
La legge violava il principio di rappresentanza proporzionale votata nel 1919 col consenso di tutti i partiti compresi i fascisti.
Già Montesquieu nel Settecento aveva capito che il principio rappresentativo è fondamentale per la democrazia, come lo è il diritto di successione per le monarchie.
Sulla legge Acerbo rimandiamo al gentile contributo dato al Corriere Apuano del 25 novembre scorso da Fabio Facini dell’Università di Pisa. Prima di arrivare all’approvazione si era creata una situazione difficile e minacciosa in tutta l’Italia.
La Lunigiana non fu da meno, lo documenta “Il Corriere Apuano” nato nel 1907, era diffuso dai parroci e rimane fonte principale e quasi sempre esclusiva della nostra storia locale, continuativa settimana dopo settimana. Già all’inizio dell’anno dà la cronaca di violenze e offese dei fascisti contro socialisti e i popolari cattolici, i liberali risorgimentali erano ormai in profonda crisi.

Alcuni fatti fra tanti: don Romeo Caldi a Pontremoli riceve lettere anonime e minatorie; al Molinello Ernesto Buttini si scaglia contro il priore di Valdantena don Luigi Rosa; a Fivizzano i fascisti imposero al segretario dei popolari la rassegna di tutti i documenti con diffida di chiusura della sezione.
Molto attivo fu don Giulio Podestà segretario politico dei popolari sezione di Pontremoli, prima era rimasto in “sospettosa attesa” e poi fu contro i fascisti, non sfuggiva alla polemica politica. Inviò una lettera a testimonianza della solidarietà dei popolari a don Sturzo fatto oggetto di campagna sleale e accanita da larga parte della stampa liberale. Sempre più frequenti erano le violenze contro i popolari e contro i socialisti.
Mussolini, ambiguo o giocatore su due tavoli, in un comunicato al PPI dichiara di voler realizzare sincera collaborazione e anche coi sindacati “unici a opporsi alla rivoluzione russa”. Ma le squadre fasciste comandano e fanno violenza senza che i prefetti facciano riportare l’ordine con la forza pubblica.

Ci fu attacco alla giunta comunale a Pontremoli che si dimise e i fascisti facevano comizi contro popolari e socialisti accusati di lavorare per la rovina dell’Italia. Il “Corriere Apuano”, diretto dalla nascita fino al 1935 da don Annibale Corradini, seguì ogni momento delle drammatiche offensive contro i popolari da parte dei fascisti dirette a costringere don Sturzo a dimettersi e a fare pressione per l’approvazione della legge maggioritaria Acerbo.
Venne ucciso don Giovanni Minzoni per colpire le associazioni cattoliche.
In Lunigiana c’è sintonia coi popolari passati alla segreteria De Gasperi. Un lungo articolo riassume la dialettica interna al PPI: “a parte i pochi sostenitori” (i clerico-fascisti a favore), i popolari come i socialisti di Turati furono contro la legge perché “capovolgeva il criterio fondamentale della giustizia rappresentativa.
Fu opposizione oggettiva, ma non incompatibile con quello stato d’animo col quale fin dall’inizio i popolari si proposero di cooperare col governo fascista”. C’era ancora speranza che fossero accolti suggerimenti e modifiche. Invece la legge elettorale fu approvata integrale.
Anche in Lunigiana i fascisti erano aumentati, favoriti da malessere politico, da scarsità di viveri, furono calmierati quelli di prima necessità e tesserati, molta la migrazione interna e all’estero.
Era urgente risolvere dando autonomia a Comuni e Province, ma la Lunigiana rimaneva “feudale”, inserita in una provincia “artificiosa” decisa con l’unità d’Italia, con capoluogo eccentrico al suo confine sud e difficile da raggiungere: fu un freno per l’ammodernamento dell’economia ancora agricola di piccoli coltivatori diretti e mezzadri. Non accolte le richieste di far parte della provincia della Spezia appena nata.
Il Senato non elettivo, di nomina regia, non ebbe il dibattito acceso della Camera, in un solo giorno approvò la legge Acerbo. L’operazione di conquista del potere da parte di Mussolini era pronta: il Parlamento fu sciolto dal re e indetti i comizi elettorali.
Maria Luisa Simoncelli



