Primavera 1991: la fine  dell’ apartheid in Sudafrica

Le leggi razziste erano in vigore dal 1931: una minoranza di bianchi teneva segregati neri, meticci e indiani

Nelson Mandela in una foto del 1994

Nella primavera del 1991, con l’abolizione delle ultime disposizioni di legge sopravvissute al processo riformatore avviato un paio d’anni prima dal primo ministro Frederik de Klerk, si concludeva in Sudafrica la tragica stagione dell’ apartheid, rigida separazione su base razziale introdotta fin dal 1931.

L’insieme di norme con le quali i discendenti ed eredi dei colonizzatori del ricco paese all’estremo sud del continente africano tennero segregati per sessant’anni neri, meticci e indiani, tendeva ovviamente al mantenimento e alla gestione del potere politico ed economico.
Una minoranza bianca (circa un quinto della popolazione) impediva alla larga maggioranza della popolazione di godere dei più elementari diritti: niente voto, nessuna possibilità di accedere ad incarichi e impieghi qualificati, confinamento in determinate aree geografiche e ghetti nelle principali città, rigidi controlli di polizia, carcere per gli oppositori.
L’Unione Sudafricana era nata nel 1910 quale territorio dotato di un autogoverno ma sottoposto al controllo della Gran Bretagna dalla quale avrebbe ottenuto l’indipendenza nel 1931. Al governo era salito il National Party che, come ricordato, mise in atto la netta separazione razziale tra quanti popolavano il paese. L’ Apartheid si fece ancora più dura negli anni Quaranta: vietati i matrimoni misti, divieto di accesso ai luoghi riservati ai bianchi: uffici pubblici, mezzi di trasporto, luoghi di cura e di svago…
Inasprimento che provocò una crescente opposizione nella maggioranza discriminata; se ne fece interprete l’African National Congress – nato già nel 1912 – utilizzando i metodi applicati in India da Gandhi della disobbedienza civile e della resistenza passiva. Le feroci repressioni delle manifestazioni, caratterizzate da un numero crescente di morti nelle strade e di oppositori rinchiusi nelle carceri non ottenne altro risultato se non quello di far crescere la protesta, sostenuta indirettamente dalla maggioranza dell’opinione pubblica internazionale e da un numero crescente di Stati che all’Onu, nel 1962, approvarono sanzioni economiche contro il Sudafrica. In quello stesso anno iniziò la lunga prigionia di Nelson Mandela, divenuto ben presto leader e punto di riferimento dei movimenti contro l’apartheid.
La risposta del regime razzista si fece sempre più dura: ne divennero simboli nella seconda metà degli anni Settanta le rivolte e le dure repressioni nel ghetto di Soweto alla periferia di Johannesburg. 
La nomina di Botha a primo ministro nel 1984  inasprì ulteriormente la situazione con il rifiuto del governo sudafricano a qualsiasi trattativa con l’African National Congress.
Fu solo con il crescente isolamento politico ed economico del Paese, anche per l’adesione all’embargo degli Stati Uniti, che iniziò lentamente ad affacciarsi una nuova stagione: nel 1989 il nuovo primo ministro, de Klerk, avviò una timida politica di riforme aprendo i negoziati con l’ANC, riconoscendo il ruolo delle opposizioni e, nel settembre 1990, liberando Nelson Mandela. Un atto dal grande significato politico che preludeva alla fine definitiva dell’ apartheid che sarebbe stata sancita pochi mesi dopo.
 
(p. biss.)