Ne abbiamo parlato in cronaca la settimana scorsa: nella nostra provincia – che coincide con la circoscrizione diocesana – ci si sposa quindi molto meno e si preferisce una stabile convivenza (nel 2024 il 42% dei bambini sono nati da coppie in cui i genitori non sono sposati e nessuno dei due ha contratto precedenti matrimoni) e tra le coppie alle loro prime nozze solo il 45% decide di farlo in chiesa, contro il 73% di 20 anni fa.
Sono dati che indicano come le grandi trasformazioni culturali e di costume che si registrano in Italia investono anche il nostro territorio, dai centri urbani alle aree rurali, di fronte alle quali ci si può porre con atteggiamenti diversi.
Da un lato si possono esaltare con nostalgia i bei tempi andati in cui i matrimoni sacramentali erano la regola, dipingere un bel quadro di attaccamento ai valori religiosi e criticare quelle aperture al mondo contemporaneo percorse dalla Chiesa e troppo spesso scambiate per pavidi cedimenti alla società che meriterebbe invece intransigenti condanne.
Dall’altro si può guardare al calo dei matrimoni religiosi dalla prospettiva di chi ritiene che non è un male celebrare in chiesa pochi matrimoni di coppie consapevoli del carattere sacramentale delle nozze, piuttosto che tanti matrimoni celebrati davanti all’altare per tradizione, per fare contenti i parenti o per la scenografia più suggestiva di quella di una sala comunale.
Entrambe le prospettive non sono prive di rischi.
Nel primo caso quello di chiudere la Chiesa negli steccati immutabili di un atteggiamento di astrazione ideologica e dottrinale che contrasta con la necessità di incarnare la fede nella vita concreta: il contrario del “la realtà è più importante dell’idea” postulato da Papa Francesco in Evangelii gaudium.
Nel secondo caso si rischia di disperdere l’opportunità di tenere agganciate alla vita cristiana, anche solo flebilmente, coppie altrimenti destinate diventare indifferenti alla pratica cristiana, con conseguenze anche sulla trasmissione della fede agli eventuali figli. Il crinale da percorrere tra queste due polarità è stretto.
Ma le statistiche indicano chiaramente la necessità di percorrerlo, anche nella nostra Diocesi, cercando di trovare, con una creatività che a volte sembra smarrita e con quella sinodalità che troppo spesso viene solo proclamata, un sentiero adeguato per riproporre il valore, la bellezza e anche quanto è esigente il matrimonio cristiano.
L’alternativa è l’immobilità, il proseguire come si è sempre fatto, garantendosi da un lato l’immunità dai cedimenti dottrinali e dall’altro quella dal rischio di plasmare una Chiesa ristretta, ma condannando in entrambi i casi il messaggio cristiano a non uscire, a non essere annunciato, a non essere portatore di speranza: qualcosa di cui la società può anche fare a meno. In occasione del matrimonio, come nel resto dell’esistenza.
(d.t.)



