La Settimana Santa, anche detta Settimana autentica, rappresenta il vertice dell’Anno Liturgico, che, come ricorda l’Annuncio della Pasqua, solennemente cantato il giorno dell’Epifania, ha come suo centro il Triduo pasquale, unica celebrazione in momenti differenti dell’unica Pasqua di Cristo, che non può non comprendere anche la morte e il sepolcro.
È significativo che la liturgia accompagni ogni cristiano a vivere la manifestazione suprema dell’amore divino con scelte rituali e bibliche evocative e troppo spesso trascurate anche da prassi celebrative sciatte, che non permettono alle nostre assemblee di vivere con spirito rinnovato la Pasqua.
Nelle ultime due settimane di Quaresima le pericopi del Vangelo secondo Giovanni guidano il fedele in un complesso dialogo tra Gesù e l’autorità del tempio, che, per usare un’espressione ascoltata nella domenica Laetare, pensava di vedere, ma invece era cieca. Cristo e il suo messaggio di salvezza per tutta l’umanità si scontrano con l’ipocrisia dei farisei che pensavano di conoscere a fondo le Scritture, ma avevano gli occhi impediti nel vedere che il Padre, eccelso nei cieli e sulla Terra, come un tempo aveva rivelato a Mosè il suo amore e la sua disponibilità a salvare Israele, così, per mezzo del Figlio, ha permesso a tutta l’umanità di entrare nel suo riposo, ossia di ereditare gli stessi beni di Cristo.
Il Dio dei nostri padri, colui che imprime la legge dell’amore nel cuore di chiunque è disponibile a cercarlo sinceramente e umilmente e a compiere la sua volontà, aveva parlato molte volte per mezzo dei suoi inviati, quasi sempre degli “sbagliati”, agli uomini, ciechi inconsapevoli: il suo parlare non è stato un segno grandioso, una manifestazione gloriosa, quasi che fosse imprescindibile un monstrum per credere.
È la tentazione di ognuno di noi, quella che il diavolo insinua in Cristo nel deserto, ossia la messa alla prova del Padre, ma è anche ciò che aveva compiuto il popolo di Israele nel deserto, quando si ribellò a Dio, dimenticandosi di quanto aveva fatto e pensando che non potesse più avvenire il compimento della promessa con l’arrivo nella Terra di Canaan.
È la tentazione di Filippo, che, mosso dall’amore verso il Padre, dice a Cristo che sarebbe stato sufficiente mostrare a loro il volto di Dio, ma anche questa volta, con amore, è Gesù stesso ad affermare che chi ha visto lui ha visto il Padre perché tutto ciò che il Padre ha lo ha dato al Figlio, di cui, secondo San Paolo, anche noi siamo coeredi.
È un Dio diverso quello di Israele, un Dio che non ha paura di svuotare se stesso, di umiliarsi fino a lavare i piedi ai peccatori, di mangiare con i reietti, di fare dei deboli i custodi e gli annunciatori del suo messaggio di amore, di essere inchiodato sul patibolo infame della croce, come un maledetto, per lavare una volta per sempre con il suo sangue il peccato del mondo.

Ed è proprio questo ciò che insegna la liturgia della Settimana Santa e dei giorni immediatamente precedenti: Cristo è una contraddizione perché rovescia il paradigma ipocrita di buono e cattivo, di bello e brutto, di pulito e sporco. Il Figlio non è riconosciuto come tale per la superbia dell’uomo che pensa di conoscere totalmente Dio, ma questa conoscenza è miope.
Questo è evidente e il Vangelo secondo Giovanni lo pone di fronte al cristiano che ha ascoltato la Sacra Scrittura durante la Quaresima. Sembra quasi chiederci: “Ma come, proprio i farisei, sedicenti esperti di Scrittura, chiedono un segno a Cristo, quando Dio ha detto di non metterlo alla prova chiedendo un segni?”
Anche san Paolo dovrà fare i conti con questa tentazione, tanto da ribadire alla comunità di Corinto che l’unico segno è la croce, “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani”.
È questo l’amore che Dio dimostra all’umanità: non solo perdona gli errori, non solo, per la preghiera dei giusti, placa la sua ira causata dal nostro peccato, ma si fa lui stesso peccato, stringe una relazione con l’uomo per renderlo partecipe della sua gloria. Lo fa mettendosi a servizio, cingendo il grembiule e lasciandosi spezzare, sigillando nel suo sangue la nuova alleanza che è eterna perché Cristo è il sommo sacerdote e la vittima che ci ha ottenuto i beni eterni una volta per sempre.
È proprio lo strumento degli schiavi, la croce, a essere proclamato unica gloria dei cristiani perché quel trono, intriso di sangue, venerato nel giorno della Parasceve, commemorando anche la passione di Cristo che continua nei tanti sofferenti del mondo, diventa fonte inesauribile di vita.
Riccardo Bassi
SDFTP Vicedirettore Ufficio diocesano
di Liturgia e Musica Sacra



