Il presepe brandito

In coerenza con il calendario liturgico degli affari, le prime luminarie, accese immediatamente dopo Halloween, e l’avvento del Black Friday hanno annunciato il tanto atteso arrivo del Natale commerciale.

La sindaca di Genova Silvia Salis
La sindaca di Genova Silvia Salis

I riti della società dei consumi, tuttavia, sono stati parzialmente coperti dalla consueta polemica sul presepe negli ambienti pubblici, permettendo in questo modo di fare un po’ di spazio all’attesa dell’altro Natale, quello cristiano. Il copione è, a dire il vero, un po’ logoro, ma c’è ancora chi, in cerca di visibilità, non esita a agitare lo spettro dell’islamizzazione dell’Italia e delle radici cristiane recise.

Ovviamente spalleggiato dall’informazione più trash, pronta a confezionare alla bisogna le solite fake news di supporto, che quest’anno hanno preso di mira la sindaca di Genova Silvia Salis per non aver allestito il tradizionale simbolo natalizio all’ingresso della sede istituzionale di Palazzo Tursi, parlando di “schiaffo alla tradizione”, quando in realtà il presepe municipale non è stato cancellato ma è tornato, dopo tre anni, nella sua storica collocazione, accessibile a chiunque, di Palazzo Rosso.

Se si liquidasse la questione come becero populismo, si commetterebbe però un errore di superficialità, perché anche se nessuna comunità islamica, per quel che ne sappiamo, ha mai chiesto la cancellazione dei simboli cristiani dai luoghi pubblici – semmai lo hanno chiesto i sostenitori di un laicismo che si fa schermo del pluralismo religioso per corroborare le sue idee – i temi del presepe, delle recite scolastiche, della tradizione, dell’identità cristiana dell’Italia scaldano cuori e animi ben oltre i confini del sostegno elettorale a quei politici che campano sull’alimentare paure.

Natale 2023, nella chiesa di San Francesco in Villafranca il presepe in legno di ulivo arrivato dalla Terra Santa

Di per sé non sarebbe una brutta notizia l’attaccamento ai simboli della fede da parte di un’ampia fetta di italiani, se non fosse che ciò si scontra con la realtà di una fede vissuta di tutt’altro tenore: nel Paese del presepe in ogni salotto la partecipazione ai riti è crollata, il catechismo è spesso vissuto come un adempimento a cui adempiere in fretta, l’indifferenza delle fasce giovanili per l’annuncio cristiano e il sacro dilagano. Le code alle Case di Babbo Natale che fanno da contraltare alle chiese semivuote trasmettono questa realtà meglio di tante parole.

Il Natale come tradizione identitaria e non più come la celebrazione del Dio incarnato che affianca l’umanità nella sua storia è una questione che le comunità ecclesiali non possono liquidare additando il secolarismo e i suoi sottoprodotti, ma chiama in causa un rapporto tutto da ripensare tra fede e cultura, tra liturgia e linguaggio, tra Annuncio e vissuto. In sintesi: come annunciare il Vangelo in un mondo che cambia, smontando la narrazione di chi brandisce il presepe per colmare il proprio vuoto culturale.

Davide Tondani