Nel nostro Paese sono  5,7 milioni le persone in povertà assoluta

Una povertà strutturale: in dieci anni le persone povere sono aumentate di un milione e mezzo. La stabilizzazione dei numeri degli ultimi anni non assolve una politica incapace di affrontare in modo efficace la piaga sociale dell’indigenza

SIR/Marco Calvarese

Nel 2024, secondo i dati ISTAT, erano in povertà assoluta circa 2,2 milioni di famiglie (8,4% sul totale di famiglie residenti) per un totale di 5,7 milioni di persone, il 9,8% dei residenti. Entrambe le quote risultano stabili rispetto al 2023, quando erano pari rispettivamente a 8,4% e 9,7%. Si tratta di persone che non riescono a consumare un paniere di beni ritenuto essenziale per godere di un livello di benessere minimo e dignitoso.
I numeri forniti dall’istituto di statistica restituiscono il quadro di una sostanziale stabilità rispetto al 2023, per tutte le fasce di età: fra i minori la povertà assoluta si conferma al 13,8% (quasi 1,3 milioni di bambini e ragazzi) e fra i giovani di 18-34 anni all’11,7% (pari a circa 1 milione 153mila individui); per i 35- 64enni si mantiene invariata al 9,5%, anch’esso valore massimo raggiunto dalla serie storica, e fra gli over 65 al 6,4% (oltre 918mila persone).
Anche l’incidenza sulla popolazione della povertà relativa – cioè quella soglia di povertà calcolata con riferimento ai livelli medi di consumo nella società – è sostanzialmente stabile rispetto al 2023: la percentuale è pari al 10,9%, (era 10,6% nel 2023), coinvolgendo oltre 2,8 milioni di famiglie. In lieve crescita è l’incidenza di povertà relativa tra gli individui, che sale al 14,9% (dal 14,5% del 2023), coinvolgendo oltre 8,7 milioni di individui.
Dunque si può dire che dal 2023 al 2024 la povertà in Italia non è cresciuta. Le uniche differenze statisticamente significative tra i due anni riguardano una maggiore incidenza della povertà assoluta tra chi risiede nelle Isole (da 11,9 a 13,4 per cento) e per le coppie con persona di riferimento sotto i 65 anni (da 4,7 a 6,4 per cento).
La sostanziale stabilità dei dati conferma quanto si sapeva: l’incidenza della povertà assoluta scende con l’aumentare dell’età e del livello di istruzione, è molto maggiore per le famiglie in cui vi è almeno uno straniero, raggiunge valori elevati nelle famiglie che vivono in affitto (22,1%) o in cui la persona di riferimento è in cerca di occupazione (21,3%), è più alta nel Mezzogiorno rispetto al resto del Paese.
5,7 milioni di poveri assoluti e 8,7 milioni di poveri relativi, tuttavia non sono cifre trascurabili. A dirlo non è soltanto la percezione di numeri elevatissimi, ma anche il confronto decennale operato sui dati forniti ogni anno dall’Istat.
Nei dieci anni intercorsi tra il 2014 e il 2024, spiegano gli economisti Stefano Toso e Massimo Baldini delle Università di Bologna e di Modena, il numero delle persone in povertà assoluta è aumentato di circa un milione e mezzo, da 4,1 a 5,7, mentre il numero delle famiglie povere è passato da 1,55 a 2,22 milioni.
Per quanto riguarda l’area geografica, le percentuali del Mezzogiorno sono sempre le più alte e l’incidenza è aumentata ovunque, ma nel Nord la crescita è stata maggiore. In un decennio il numero dei poveri assoluti residenti al Nord è salito di quasi un milione di persone, il doppio rispetto al Mezzogiorno.
Inoltre, l’incremento dell’incidenza della povertà è stato decisamente superiore per le famiglie numerose rispetto a quelle di piccola dimensione, un dato coerente con la migliore situazione degli anziani e con gli alti tassi di povertà tra le famiglie degli stranieri, che mediamente assumono dimensioni maggiori di quelle degli autoctoni. In sintesi, spiegano i ricercatori, tra le famiglie di soli italiani, la povertà in 10 anni è passata da 4,8 a 6,2%, mentre tra quelle composte solo da stranieri si sale dal 25,2 al 35,2%.
Si tratta di incrementi significativi per entrambe le categorie, ma che assume proporzioni significative tra i non italiani, che sono solo il 9% dei residenti in Italia, ma sono il 31% dei poveri assoluti. Sintetizzando tutti i punti di osservazione del pianeta povertà, emerge che la situazione è peggiorata soprattutto per le famiglie del Nord, per quelle più numerose e per quelle composte da cittadini stranieri.
Dall’altro lato si può dire che negli ultimi anni la povertà in Italia ha smesso di crescere. Non è un buon motivo per rallegrarsi. Indici di povertà che non crescono ma nemmeno arretrano dicono che le condizioni strutturali che la alimentano – dal divario territoriale alla precarietà del lavoro, fino all’istruzione e alla composizione familiare – restano di fatto immutate: segno dell’assenza di politiche che tentino di affrontare la piaga sociale dell’indigenza e di spezzare la spirale perversa della riproduzione della povertà tra le generazioni, come indica uno studio dell’Università di Oxford, secondo il quale in Italia chi cresce in una famiglia povera ha una probabilità più alta di 15 punti percentuali di essere povero anche da adulto rispetto a chi nasce in famiglie non povere.

Davide Tondani