Una brutta aria sull’informazione italiana
Il giornalista Rai, Sigfrido Ranucci
Il giornalista Rai, Sigfrido Ranucci

Sigfrido Ranucci, assieme a Maurizio Torrealta, al tempo entrambi reporter di Rai News24, nel 2005 svelò al mondo intero che l’anno precedente le truppe americane usarono il fosforo bianco nei combattimenti per la conquista della città irachena di Fallujah. Lo “scoop” rivelò al mondo un crimine di guerra che l’esercito Usa dovette ammettere pubblicamente. Lo stesso Ranucci dichiarò che le riserve sulla veridicità della sua inchiesta derivavano dalla bassa reputazione dell’informazione italiana presso i reporter internazionali.

Erano gli anni in cui in Italia metà delle reti tv nazionali appartenevano al Presidente del Consiglio Berlusconi, che nell’esercizio del governo del Paese controllava di fatto anche le reti pubbliche: un quasi monopolio tv a cui si associava la proprietà di un’ampia fetta del mercato dei quotidiani e dei settimanali. Il tema del possesso degli spazi di informazione tv e stampa cadde nel dimenticatoio per via dei nuovi assetti politici e dell’ascesa delle piattaforme social come nuovi veicoli della propaganda politica. Ma il problema della libertà di stampa continua ad essere centrale.

L’intimidazione subita da Ranucci, da anni conduttore della principale trasmissione di giornalismo d’inchiesta di un sitema dell’informazione da cui sono quasi spariti il reportage e l’approfondimento, lo ha riportato in primo piano. Nella classifica della libertà di stampa stilata da Reporter sans frontieres l’Italia è al 49esimo posto, il risultato peggiore nell’Europa occidentale, caratterizzata da minacce provenienti «dalle organizzazioni mafiose, in particolare, nel sud del Paese, come anche da diversi gruppuscoli estremisti». Ed è proprio su queste due realtà che si concentrano le indagini sull’esplosione dell’auto di Ranucci, da anni sotto scorta come i colleghi – ci limitiamo solo ai nomi più noti – Paolo Borrometi e Roberto Saviano.

Ci sono poi le ingerenze della classe politica e imprenditoriale, come le azioni legali pretestuose utilizzate per colpire chi critica o rivela informazioni su questioni di interesse pubblico. La direttiva europea che limita questa pratica deve essere recepita entro maggio 2026 e l’Italia non ha ancora fatto nulla, sebbene un quarto delle querele intimidatorie sporte in Europa parte dal nostro Paese. Nel frattempo, non si conosce ancora la verità sugli inquietanti casi di cyberspionaggio ai danni de direttore di Fanpage, Francesco Cancellato e del giornalista della stessa testata, Ciro Pellegrino, attuati attraverso un software in dotazione ai servizi segreti. In Italia tira dunque una brutta aria sull’informazione, pilastro imprescindibile della democrazia. Politici e partiti che lo negano, per essere credibili, dovrebbero prima ritirare le denunce da essi sporte tra le 176 che Ranucci ha ricevuto per aver fatto il suo lavoro: informare.

Davide Tondani