I poveri, un messaggio per la comunità
Papa Leone XIV in piazza San Pietro (Foto Vatican Media/SIR)
Papa Leone XIV in piazza San Pietro (Foto Vatican Media/SIR)

L’esortazione apostolica Dilexi te è il testimone che, nella staffetta tra i successori di Pietro, passa da Francesco a Leone. Ognuno ha fatto e farà la sua parte nella corsa, ma senza mai lasciar cadere la centralità, nell’esperienza cristiana, dei poveri.

Non un aspetto residuale della realtà, ma l’oggetto/soggetto di una scelta preferenziale. Purché si sia capaci di liberarsi dall’autoreferenzialità e di ascoltare il loro grido. I poveri non sono da identificarsi come i beneficiari delle nostre buone azioni sociali. Sono piuttosto un messaggio rivolto a ciascuno e alla società. Nei poveri il Signore della storia “ha ancora qualcosa da dirci”.

È il tema, caro a Francesco, dei poveri che evangelizzano i ricchi, resi ciechi dal benessere, al punto da pensare che la felicità possa realizzarsi soltanto se si riesce a fare a meno degli altri. Che cosa è la povertà? Dannazione o maledizione? E chi sono i poveri? Coloro che sono esclusi “dal tenore di vita minimo accettabile”, come dice l’Europa? Le vittime dell’ingiustizia, dei cambiamenti climatici, dell’economia che uccide, delle migrazioni forzate? Della cultura dello scarto e di una certa “meritocrazia” per la quale “sembra che abbiano meriti solo quelli che hanno avuto successo nella vita”?

Papa Leone ci racconta come le Scritture mettano al centro il povero. E come la stessa vita di Cristo sia stata segnata da uno stile di povertà. E come i primi cristiani abbiano spezzato con i poveri il loro pane. E così avanti, dagli antichi padri alle comunità monastiche, dagli ordini mendicanti ai profeti sociali, fino alla dottrina sociale della Chiesa. L’attenzione ai poveri è dunque “parte essenziale dell’ininterrotto cammino della Chiesa”. La Caritas serve soprattutto per questo. Non per sostituirsi alla comunità nella testimonianza della carità, ma per ricordare a tutti che “la carità è una forza che cambia la realtà, un’autentica potenza storica di cambiamento”.

Per questo “il cristiano non può considerare i poveri solo come un problema sociale: essi sono una ‘questione familiare’. Sono ‘dei nostri’”. I poveri sono un messaggio, un impegno per tutta la comunità cristiana, non un “compito” per la Caritas. I poveri mettono alla prova la nostra credibilità di cristiani (Giacomo: “A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere?”). L’orizzonte per la comunità cristiana oggi (e sempre) è descritto con intensa semplicità al numero 120: “Per sua natura, l’amore cristiano è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile. L’amore è soprattutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla. Ebbene, una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno”. Una Chiesa che ama, povera, per i poveri.

(Paolo Valente, vice direttore Caritas italiana)