“Anche quando tutta Italia aveva cominciato a salutarlo come un grande poeta, e veramente lo stava diventando, ecco un vento di guerra spazzar via le sue carte e travolgerlo con sé in un’avventura breve ma intensa anch’essa portatrice di rancori, dolori e delusioni”: è uno dei passi nelle ultime pagine di “Vita irrequieta di Labindo”, il romanzo dedicato al poeta fivizzanese Giovanni Fantoni (1755-1807), scritto da Enzio Malatesta nel 1943 e ripubblicato in queste settimane da Giuseppe Chiappini Editore nel 270° anniversario della nascita dell’arcade giacobino.
L’iniziativa dell’editore lunigianese, oltre ad offrire l’opportunità di rileggere un’opera introvabile e in gran parte dimenticata, ci regala un altro motivo di interesse: riscoprire un personaggio di spicco della storia del Novecento, come Enzio Malatesta (1914-1944) anch’egli troppo spesso ignorato.
Era nato a Barbarasco, figlio di quell’Alberto Malatesta (1879-1957) a sua volta figlio del medico condotto di Tresana, già deputato socialista dall’evoluzione politica discutibile e discussa per l’aver convintamente seguito Mussolini e con conseguente avvicinamento al fascismo.
Se Alberto era arrivato a scrivere di Mussolini che “seppe scorgere egli solo la luce nel buio dell’avvenire e indirizzare verso di essa gli animi degli italiani”, il figlio Enzio fu convinto oppositore del regime.
Dopo la laurea in Lettere conseguita nel 1938 a Milano, nel capoluogo lombardo fu insegnante al Liceo “Parini”; il trasferimento a Roma lo vide ben presto collaboratore con l’Editore Tosi, per il quale all’inizio del 1943 pubblicò anche il suo romanzo dedicato a Giovanni Fantoni.
Malatesta nella Capitale iniziò a frequentare gli ambienti antifascisti clandestini e con l’occupazione nazifascista dell’Italia, aderì al movimento “Bandiera Rossa” e venne incaricato di organizzare la Resistenza nel Lazio.
Non riuscì a vedere la Liberazione di Roma e tantomeno quella dell’Italia: catturato dalle SS già nel dicembre 1943, con altri dieci partigiani di “Bandiera Rossa”, dopo il carcere a Regina Coeli venne fucilato il 2 febbraio 1944 nel famigerato Forte Bravetta, luogo prescelto dal regime fascista e dalla Gestapo di Herbert Kappler per l’esecuzione delle condanne a morte.
Qui affrontarono il plotone di esecuzione settantasette partigiani, compreso Enzio Malatesta.
Il suo romanzo incentrato sulla figura del poeta Giovanni Fantoni “Labindo” fin dalle prime pagine è un ritratto informato, approfondito e a tratti gustoso quanto irriverente, dove emerge il territorio della Lunigiana in generale e del fivizzanese in particolare: dalla provenienza “dai pascoli del Lagastrello” della balia che gli diede la prima poppata, alla villa di famiglia nel paese di Caugliano dove, adolescente, avrà occhi soprattutto per la nuova cameriera della madre.
Innamoramenti e poesie sono le sue principali occupazioni, nonostante i tentativi del padre di indirizzarlo verso una carriera degna della famiglia, anche preoccupato dei debiti che quel figlio un po’ troppo indipendente continuava ad accumulare in giro per la Toscana. Ma il giovane “s’è messo a fare il poeta – scrive Malatesta – Poesie d’amore tutte dedicate a donne”! Nemmeno il trasferimento a Torino dallo zio aiutante generale del re di Sardegna né la divisa lo tengono lontano dalle sue passioni, anzi.
Dopo un lungo peregrinare nelle più importanti città della Penisola, nel 1789 ecco il ritorno in Lunigiana: burrascoso per la gran mole di debiti accumulati ed ai quali il padre dovrà ancora una volta far fronte.
Sono quelli mesi di rivoluzione, preludio alla nuova, breve, stagione nella quale il Fantoni sarà in prima fila, con le armi da fuoco, con quelle della politica e, ancora una volta, con la penna.
Paolo Bissoli



