È ancora una volta la sua Versilia, dove non è difficile incrociarlo a camminare, ancor oggi che è uno scrittore affermato, il luogo dell’anima e lo sfondo narrativo dell’ultima fatica letteraria di Fabio Genovesi, “Mie magnifiche maestre” (Mondadori, 2025, 240 pagine). Nella campagna ormai urbanizzata tra Cinquale e Pietrasanta, quella dei luoghi natii, Genovesi ambienta un romanzo che è al contempo un’autobiografia onirica e un inno alla saggezza femminile.
Alla vigilia del cinquantesimo compleanno, con il carico dei bilanci esistenziali tipici di questo traguardo, Fabio, autore e protagonista del libro, si trova stranito e visitato in sogno ogni notte dalle figure femminili più importanti del suo passato: zie, nonne, bisnonne, compagne di infanzia. Tutte defunte.
Sono loro le “magnifiche maestre” che trasformano le notti di Fabio in un palcoscenico per i ricordi, le scoperte e le lezioni di vita ricevute. Non si tratta di figure angelicate o dispensatrici di perfezione e saggezza.
Al contrario le pagine del libro offrono ritratti di persone eccentriche, caratteri forti, vite caotiche: profili autentici e popolari, come quello di Isolina, che salvò il suo matrimonio in un modo decisamente singolare; o di Benedetta, la bellezza traviata; di Gilda, che trasformava i funerali in feste; Azzurra, la compagna di scuola che non tollerava la banalità; Irene, l’amica dei bambini, e Violetta, dagli abbracci “pericolosi”.
Sin dal suo esordio con “Morte dei Marmi” Genovesi si è distinto per uno stile narrativo ironico, poetico e profondamente umano. Sono queste caratteristiche a contraddistinguere anche questo romanzo, rendendo subito le “magnifiche maestre” familiari al lettore. Nel romanzo l’autore esplora a modo suo il concetto di famiglia e di eredità affettiva. La sua non è una famiglia rigida, basata solo sul sangue, ma “più libera e ariosa, tenuta insieme dalla colla calda dell’amore”.
Sono donne che continuano a vivere nel racconto e a sostenere la convinzione di Genovesi che “i sogni non sono la fine della realtà, come la morte non è la fine della vita.” Nei capitoli dedicati alle donne della vita dell’autore scorrono aneddoti e ricordi che, sogno dopo sogno, compongono l’autoritratto di un uomo e della sua formazione sentimentale e spirituale. ”Mie magnifiche maestre” è una meditazione sulla memoria, sul tempo che passa e sul significato del diventare adulti.
Ed è pure una sorta di “canto di ringraziamento” a chi lo ha plasmato. Il lettore è automaticamente portato a fare un parallelo con la propria storia e i propri incontri. Ecco allora che la storia di Fabio è un invito a onorare le figure che con la loro vita, talvolta modesta, spesso anonima, qualche volta tragica, ci hanno insegnato l’essenziale.
La domanda finale – le donne sono tornate solo per salutarlo, o c’è un messaggio più urgente? – mette in evidenza che la crescita è un processo continuo, alimentato da un passato che non smette mai di parlare.
La fatica letteraria dello scrittore pietrasantino esalta la vita dei semplici, l’impegno quotidiano e la capacità di figure comuni di trasformare l’ordinario di ogni giorno in qualcosa di straordinario; persone che non hanno cambiato la storia dell’umanità ma che hanno formato le persone che hanno incontrato, offrendo alla loro vita un orizzonte di senso.
E come sperimenta Genovesi, raccontare qualcosa di loro è un modo per dire grazie.
Davide Tondani



