In Regione Toscana un voto  dimezzato premia la continuità degli equilibri toscani

Meno della metà dei toscani si è recato alle urne delle elezioni regionali. Giani è stato rieletto presidente con 112 mila voti in meno rispetto a cinque anni fa, ma la forbice tra i due schieramenti si è allargata.
Insediato il Consiglio e nominati gli assessori torneranno alla luce i contenuti della politica regionale, assenti in campagna elettorale

Eugenio Giani confermato alla guida della Regione Toscana qui con la segretaria del PD Elly Schlein

Dalle urne delle elezioni regionali in Toscana di domenica 12 e lunedì 13 ottobre è uscito un risultato formale e un risultato sostanziale. Il risultato formale è la rielezione di Eugenio Giani alla guida di Regione Toscana, in un quadro di sensibile aumento dell’astensionismo.
Ed è proprio questo elemento a determinare un risultato sostanziale che ribalta i facili confronti percentuali e le conseguenti considerazioni politiche. Partendo da un presupposto: l’astensionismo è una scelta politica.
Non vi può essere altra definizione, quando il 53,27% dei 3 milioni di toscani maggiorenni è stato a casa, 305 mila in più delle elezioni europee di solo 16 mesi fa. Un milione e 571 mila non votanti, anche depurati da una quota consistente di astensione fisiologica, sono molti di più dei 752 mila voti ottenuti da Giani, rieletto con quasi 112 mila voti in meno rispetto a cinque anni fa.
Un astensionismo “consapevole” ha coinvolto un pezzo di elettorato di sinistra e un pezzo di elettorato del M5S che non se l’è sentita di votare per Giani e per le liste che lo sostenevano.

Il presidente Eugenio Giani al voto

L’astensione, tuttavia, non ha punito solo il centrosinistra ma anche le forze del governo nazionale. Alessandro Tomasi ha scontato una emorragia consistente di voti rispetto a Susanna Ceccardi, candidata cinque anni fa. 571 mila i voti raccolti dal sindaco di Pistoia, contro i 719 mila raccolti andati alla europarlamentare leghista nel settembre 2020. Saldo: -138 mila suffragi persi dal candidato presidente di Meloni.
La forbice tra i due maggiori schieramenti si è allargata dai 145 mila voti del 2020 agli attuali 182 mila, nonostante il periodo politico decisamente favorevole alla destra.
L’assenza della “paura della vittoria della destra” e del richiamo al “voto utile” che contraddistinsero la precedente elezione regionale erano totalmente scomparse nei mesi scorsi, lasciando intendere da settimane che la partita fosse senza storia. In un contesto in cui, secondo alcuni politologi, si reca al voto solo chi ha qualcosa da difendere (identità, valori, ma anche meno nobili piccole o grandi rendite di posizione) e rimane a casa chi avrebbe qualcosa da rivendicare in termini di diritti, opportunità, giustizia o moralità della vita pubblica, in Toscana – come del resto nelle Marche e in Calabria – si è consolidato il successo di chi già gestiva la Regione con una capillare presenza sul territorio e una correlata capacità di spesa.

Il candidato del centrodestra Alessandro Tomasi al voto

A ciò va aggiunta la capacità di Giani e di Elly Schlein di tenere insieme quasi tutti, da Italia Viva (i cui esponenti erano presenti nella lista Giani Presidente) fino ad AVS e M5S, offrendo un’immagine di unità che garantiva l’idea di continuità dei consolidati equilibri politici, economici e sociali toscani. Una continuità probabilmente premiata con il voto disgiunto anche da settori non trascurabili per peso e consistenza della destra dei grandi centri della regione, maggiormente rassicurati da quelli che la Meloni nel suo comizio fiorentino ha indicato come “peggio dei terroristi di Hamas” piuttosto che dai candidati di Vannacci o di Donzelli.

Tabella riepilogativa dei risultati delle elezioni regionali della Toscana del 12 e 13 ottobre (da Eligendo)

Se questa idea di “campo largo” ha avuto successo in Toscana, non è scontato che lo stesso accadrà a livello nazionale, dove anziché rassicurare sulla preservazione dell’esistente, il centrosinistra dovrà proporre contenuti forti e convincenti, ben diversi dal vago programma elettorale regionale, occultato in una campagna elettorale soporifera.
Per ora i dati delle liste dicono che il PD, rispetto all’ultima consultazione politica – le Europee di giugno 2024, quelle che segnarono una decisa ripresa del partito leader del centrosinistra – ha lasciato sul campo 91 mila voti. Ne ha persi 36 mila AVS e ulteriori 80 mila il M5S.
Unico segno “+” è quello dei 33 mila voti guadagnati dalla la compagine “riformista”, rimpolpata dalle candidature espressione del mondo di Giani.
Alle politiche ci sarà un’altra legge elettorale, dinamiche meno locali e contenuti diversi da quelli di un voto regionale, ma è bene trarre indicazioni da questi mini test regionali; indicazioni valide anche per la coalizione di governo: in 16 mesi FdI perde in Toscana 114 mila voti, la Lega 47 mila, Forza Italia 26 mila. In questo contesto di astensionismo dilagante e consapevole, la Toscana si appresta ad essere governata per i prossimi anni con i voti di chi si è recato alle urne.
Dei 24 seggi di maggioranza 15 vanno al Pd, 4 ai riformisti, 3 ad AVS e 2 al M5S. L’opposizione sarà quasi monocolore: 12 consiglieri di FdI, 2 di FI, 1 della Lega. Insediato il Consiglio e nominati gli assessori torneranno alla ribalta i contenuti, dopo essere stati eclissati in campagna elettorale.
E vedremo, in concreto, cosa accadrà rispetto ai tanti nodi aperti: multiutility e privatizzazioni, dimensionamento delle ASL e sanità privata, ambiente e politica dei rifiuti, trasporto pubblico locale, riassetto dei porti regionali.

(Davide Tondani)