Il cammino della pace, misura della fedeltà a Dio

A Massa incontro con Enzo Bianchi per comprendere il nostro tempo

Enzo Bianchi, a sinistra, con il Vescovo Mario

Erano moltissimi i presenti nell’auditorium della chiesa di San Pio X a Massa, lunedì 13 ottobre, ad ascoltare Enzo Bianchi, saggista, fondatore della comunità monastica di Bose per l’incontro “La pace, dono e profezia” alla presenza del vescovo Mario Vaccari.
Elisabetta Guenzi, operatrice della Caritas diocesana, ha introdotto la serata ricordando l’inizio del percorso diocesano sulla pace: “Questo percorso, fortemente voluto dal nostro vescovo e seguito da un coordinamento di membri degli Uffici sociali della diocesi, è iniziato il 6 settembre con la marcia per la pace e avrà il suo culmine a gennaio, mese della pace. Ci saranno diversi momenti e quello di questa sera è il primo passo per imparare a disarmarsi a partire dal linguaggio oggi particolarmente violento e aggressivo e per impegnarsi per essere operatori di pace”.
Lungo e articolato l’intervento di Bianchi. “Per i cristiani credenti il tema della pace non è solo etico morale e sociale, ma essenzialmente un tema di ordine rivelativo e teologico, e anche cristologico, perché Cristo è la nostra pace; tutta la Scrittura testimonia che la pace è il messia, il Cristo che si dona. I cristiani devono essere uomini di pace, devono diffondere la pace che è conoscenza del Cristo stesso”.

Da sinistra Enzo Bianchi, il Vescovo Mario e don Maurizio Manganelli direttore della Caritas diocesana

“Sulla dottrina della pace la Chiesa misura la sua fedeltà al Signore” diceva papa Giovanni XXIII, così come attraverso la pace la Chiesa afferma la sua adesione a Cristo. Chiaro fin dalle origini il non coinvolgimento perché il cristiano è già ‘soldato di Cristo’, sempre in guerra contro le tentazioni.
C’è la necessità di una lettura puntuale dei conflitti in corso, sapendo riconoscere carnefice e vittima, aggressore e aggredito, ma anche quella di un giudizio lucido per leggere i segni dei tempi e aiutare a creare speranze di pace.
I cristiani presenti in ogni nazione della terra a contatto con ogni popolo lingua e nazione devono essere in grado di esprimere la propria obiezione di coscienza di fronte all’annientamento e alla folle strada intrapresa negli ultimi anni dai grandi poteri della terra. Per una spiritualità e teologia della pace operante, è fondamentale tornare a riascoltare la parola di Dio e accogliere la Sua pace.
Bianchi ha poi sottolineato la differenza tra il nostro concetto di pace, oggi più povero di significati, e il biblico ‘shalom’; uno spazio semantico positivo che non è solo assenza di guerra, ma calma tranquillità e vita piena. La pace non è la sconfitta del nemico ma la salvezza per tutti i contendenti che trovano la via per vivere insieme. È pace nel cuore, tra gli uomini ed è solo quando siamo in pace tra di noi entriamo in pace con Dio, altrimenti è una pace falsa.
Ancora Enzo Bianchi “Di fronte allo shalom biblico, la violenza è radice vera di ogni guerra e riguarda tutti. La violenza è nel cuore degli uomini a causa della nostra condizione di fragilità e di peccatori. Il dialogo, l’accoglienza, l’amore sono l’unica strada per evitare diffidenza per l’altro. La pace va preparata con un atteggiamento personale che nasce dalla conoscenza di Dio, chi conosce Dio è operatore di pace, la cerca, la costruisce. Pace è tensione, è giustizia, è impegno umano scelta personale ma nello stesso tempo è dono di Dio, acquistabile con la sua grazia, per questo la pace va pregata e invocata. Ma soprattutto la pace nasce dal perdono che è più forte della giustizia”.
La conclusione a fra Mario che più volte si è espresso sul tema della pace anche in occasioni particolari con gruppi e associazioni lontane dalla Chiesa ma che della Chiesa volevano l’opinione.
“La pace – ha continuato il vescovo – si costruisce rimanendo; bisogna stare, resistere e stare nel mezzo ai contendenti. Mi viene chiaro in mente l’esempio dei frati minori in Terrasanta, dove ho visto davvero la forza dell’intercedere. I frati stanno in mezzo, tra due popoli, due religioni contrapposte che non faranno mai pace ma loro tentano, semplicemente stando lì cercando di farli dialogare; l’unico modo per contrastare la guerra è starci dentro. Vivere la situazione legandosi anche affettivamente ai contendenti e perdendo quella pace e quella sicurezza che tendiamo sempre a conservare. Questo incontro è il primo passo di un percorso che ci porterà ad una maggiore consapevolezza in vista della seconda marcia per la pace che faremo l’11 gennaio”.

Silvia Laudanna