Si apre un nuovo anno scolastico per 900 mila alunni. Gli interventi degli ultimi anni, volti al superamento di difficoltà contingenti, lasciano intatti i problemi di un mondo bisognoso di risorse e di nuove visioni, piuttosto che di provvedimenti orientati al consenso

L’inizio di un nuovo anno scolastico è un momento che ha ancora la capacità di risvegliare in ognuno ricordi passati e aspettative future. Quante frasi incoraggianti vengono da sempre rivolte, nelle prime settimane di settembre, da familiari ed amici a scettici alunni di tutte le età: “Si ricomincia! Chissà come sarai contento di ritrovare tutti i tuoi amici” (contentissimo); “Quest’anno è l’ultimo! Vedrai che sarà il più bello!” (come no: ho pure l’esame!); “Potessi venirci anch’io a scuola con te” (potessi andarci tu al posto mio); “Scommetto che ormai in vacanza ti annoiavi” (scommessa persa) e, infine, “Non sei contento di rivedere tutti i tuoi insegnanti? (no! Per niente!).
Eppure, nonostante l’innegabile importanza che l’esperienza scolastica riveste nella vita delle persone, capita raramente di soffermarsi a pensare alla Scuola pubblica come alla più importante, preziosa e democratica istituzione formativa del Paese. Come per un altro grande privilegio italiano, la Sanità pubblica, di essa si citano solo e sempre le mancanze, gli errori, i guai.

E così, ad ogni nuovo inizio, ecco piovere da più parti critiche e consigli di tutti i tipi e da tutti i tipi! Del resto, dall’imprenditore che si è formato “alla scuola della vita”, all’attore che si vanta di non avere mai imparato le tabelline, chi non ha qualcosa di intelligente da dire relativamente all’inadeguatezza del sistema di istruzione nazionale?
E mentre gli “esperti di tutt’altro” offrono ai docenti suggerimenti totalmente avulsi dal reale contesto scolastico, l’opinione pubblica si rivela sempre meno interessata alle scelte legislative relative all’istruzione, operate nel tempo dai vari governi.
Scelte che invece dovrebbero essere note e infiammare l’interesse dell’opinione pubblica! Infatti, seppur con tutti i suoi limiti, la Scuola costituisce la maggiore opportunità formativa accessibile al maggior numero di persone e i docenti, per quanto imperfetti (come ogni altro professionista di ogni altro settore), possono risultare tra i più validi alleati nel difficile compito dell’educazione e della crescita umana di giovani e giovanissimi.
Nonostante l’importanza che l’esperienza scolastica riveste nella vita, capita raramente di soffermarsi a pensare alla Scuola pubblica come alla più importante, preziosa e democratica istituzione formativa del Paese

Detto questo, le scelte attuate negli ultimi anni appaiono più come interventi circoscritti, volti al superamento di difficoltà contingenti (pensiamo ad esempio al balzo in avanti della didattica digitale in conseguenza alla pandemia), che non il frutto di una visione nuova e unitaria del percorso formativo.
Leggermente diversa la situazione creatasi con il governo Meloni. Da subito il ministro Valditara ha affidato alla Scuola quello che potremmo definire un chiaro e deciso “mandato identitario”, una versione contemporanea del motto risorgimentale “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli Italiani”: tenendo conto che oltre 900.000 alunni di differenti nazionalità frequentano le nostre scuole, si è pensato che il Ministero avrebbe investito molte risorse per favorire e sostenere l’inclusione e l’integrazione di questi futuri italiani. Così, purtroppo, non è stato.

Gli interventi più significativi hanno riguardato la revisione delle Indicazioni Nazionali, in senso molto più restrittivo di quello che il termine “indicazioni” potrebbe suggerire, e la riforma di alcuni aspetti della valutazione degli apprendimenti nella Primaria e del comportamento nelle Secondarie.
Nella Primaria, dopo la parentesi anacronistica dei voti e quella, indefinibile, dei “livelli di apprendimento”, vi è stato il gradito ritorno ai giudizi sintetici (ottimo, buono, ecc.); nelle Secondarie è stata reintrodotto il voto di comportamento, che prevede, con il 5, la bocciatura automatica in entrambi gli ordini di scuola e, esclusivamente per le Superiori, con il 6, l’attuazione di un percorso di cittadinanza responsabile, prima dell’ammissione alla classe successiva.

Ultime novità in ordine di tempo, il divieto degli smartphone in tutte le classi di ogni ordine e grado e una ulteriore riforma dell’esame di maturità, approvata pochi giorni fa.
Ora, chi conosce il sistema di istruzione sa che questi interventi non toccano i problemi strutturali della Scuola (che andrebbe ripensata attraverso una coraggiosa riforma dei cicli scolastici) e sa anche che dietro le scelte dei diversi governi in materia si celano principalmente la ricerca del consenso e il consolidamento della propria identità politica.

Per nostra comune fortuna, la Scuola italiana è ancorata ai valori della Costituzione e come tale può liberamente perseguire il suo scopo primario: la formazione integrale della persona all’interno di un contesto relazionale autentico, variegato, inclusivo, multiculturale e protetto.
Questa è la Scuola pubblica italiana: ignorarla, derubricarla a istituzione obsoleta o affossarla con critiche distruttive è fare il male delle giovani generazioni; sostenerla, contribuire a migliorarla, interessarsi al suo destino è segno di lungimiranza e di attenzione al futuro del Paese. Buon anno scolastico a tutti!
(Giovanna Bianchi)



