Come il nostro settimanale ci ricorda, giunge il tanto atteso momento della pausa estiva. Arriva quel tempo in cui potersi riprendere un poco dalle fatiche lavorative, dall’anno scolastico e dagli impegni che abbiamo accumulato.
Nel mese di agosto è come se il mondo si fermasse. Le città metropolitane vanno svuotandosi e i nostri paesini di campagna sono un tantino meno spogli. I ritmi quotidiani vanno rallentando e ci concediamo di stenderci al mare, di fare due passi la sera e di addentrarci in camminate montane, di fare qualche viaggio e lasciarci andare allo svago: tutto ovviamente documentato dalla presenza (ormai quotidiana) dei social network che in tempo reale ci connettono al mondo.
Quasi in risposta a tutto questo chiasso, proprio domenica scorsa il libro del Qoelet – come ad ammonirci – ci ricordava “vanità delle vanità: tutto è vanita”. Queste parole allora ci aprono alla riflessione e al tempo stesso ci accompagnano su quelle che sono le realtà più essenziali e autentiche della nostra vita. Tra queste è normale parlare di fede: ferie si ma non dalla vita cristiana. Ferie si ma senza dimenticarci l’importanza della preghiera e del rapporto col Signore.
A rafforzare questo periodo, tra il silenzio e il riposo delle giornate, si pone anche il “ferragosto” che, se da un lato richiama una tradizione romana decretata dall’imperatore Augusto, dall’ altro ci fa partecipare alla “Pasqua estiva”.
Per questo proprio il ferragosto ci accompagna in un viaggio tra terra e cielo. Ci invita ad allontanarci dalla routine ma anche ad immergerci nel dialogo col Signore. Del resto è proprio Gesù che ci propone il ritmo del “sostare”: “venite in disparte, voi soli, riposatevi un po’…”.
Ma quel ritirarci deve avere il senso non dell’evasione dal mondo quanto piuttosto del ristoro e della ricarica per riprendere al meglio le nostre faccende quotidiane. Non si tratta dunque di fuggire ma di ritagliarci uno spazio per immergerci totalmente in ciò che ci attenderà nel periodo dell’autunno e dell’inverno.
Un tempo ci si preparava a ricominciare con una coltura agreste che dal sol leone accompagnava al tempo della vendemmia, la raccolta delle castagne e delle olive, adesso magari pensiamo alla palestra, al calcetto, ad altre attività ma questo non deve sminuire il desiderio di felicità e di speranza di ogni giorno: hic et nunc, qui e ora. Dobbiamo vivere il presente consapevoli di “essere noi stessi” e recuperare così le energie per esserli al meglio.
Eugenio Montale paragonava la vita ad un “meriggiare pallido e assorto”, tipico dei pomeriggi della calura estiva, che però tiene conto di quella muraglia “che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia” che evoca un sentimento concreto: non si va mai in vacanza dalla vita! E se il rumore diminuisce, lo smog è minore, il traffico cittadino risulta più scorrevole però il cuore deve essere sempre aperto e colmo di amore.
Non certo di quell’amore che cantava Battiato come stagione “che viene e che va” ma amore che rimane. Amore che resta. Amore che riempie la vita. Amore che è desiderio e consapevolezza che il Cristo ricolma la nostra nostalgia dell’ignoto.
Una nostalgia che si manifesta nell’incontro casuale tra giovani, nel ritrovarsi tra conoscenti, nella sagra di paese, nel fare le ore piccole, nel gioco spensierato dei bambini nelle piazze, nel suono delle balere, nei cocktail in riva al mare, nell’abbraccio con un parente ma anche (e non dimentichiamolo) nella partecipazione alla vita cristiana: rimanendo sempre ancorati a Gesù, speranza della vita.
Fabio Venturini



